L’inaccessibilità del bello

Il bello, come concetto e come inacessibilità.

Già dall’unificazione emerge un distacco fra il nord e il sud d’Italia, e specialmente fra i poveri e i ricchi. In questo periodo, le città più importanti e sviluppate sono concentrate nel nord del paese, mentre il sud d’Italia, assoggettato a potenze straniere fino all’unificazione del 1861, non è ancora culturalmente ed economicamente integrato nella nuova nazione. D’altronde, questa disparità tra ricchi e poveri non si riscontra soltanto al sud. Come si vede in Le Avventure di Pinocchio, che si svolge in un villaggio toscano, esistono anche lì l’analfabetismo e l’estrema povertà. Tramite la storia di un burattino di legno che vuole diventare un bambino vero si vedono le condizioni di vita dei contadini italiani durante il periodo risorgimentale, mentre i rari istanti in cui appare qualche segno di ricchezza sono presentati da Collodi come poco affidabili. In questo racconto, la ricchezza degli abiti rappresenta o sogni irrealizzabili o personaggi imbroglioni, come l’omino che finisce per vendere i ragazzi trasformati in asini, per la loro pelle. Per la maggior parte del tempo, la gente appare in un modo congruente alla loro povertà, mostrando così quanto difficili fossero le loro condizioni di vita. La storia del burattino Pinocchio si concentra sul giocattolo magico che deve imparare ad essere bravo per diventare un ragazzo vero. Ma a parte l’ambito fantastico che avvolge il romanzo, si nota la critica di Carlo Collodi alla società crudele e dura dell’Italia ottocentesca. Siccome Le Avventure di Pinocchio è ambientato in una società povera, gli abiti appaiono soprattutto come una necessità per sopravvivere in questo duro mondo, di cui il burattino e il suo babbo, Geppetto, rappresentano la classe sociale più bassa. Il fatto che Pinocchio sia caratterizzato come un potenziale bambino è un altro elemento utile a comprendere le dinamiche sociali del periodo e le implicazioni del ruolo dell’abbigliamento negli strati più poveri della popolazione. I bambini cominciano ad apparire nei testi di questo periodo, che affrontano le loro condizioni reali (come classe inferiore della società) e cercano di migliorarne le condizioni presentandoli come futuri soggetti della nuova nazione italiana. In questo periodo i bambini erano ancora trattati come piccoli uomini, cioè facevano gli stessi lavori degli adulti, perfino quelli più pesanti. Dato il ruolo principale dell’infanzia come forza lavoro negli ambienti poveri è interessante esaminare la visione dell’abbigliamento dal loro punto di vista, rappresentato da Pinocchio stesso. Si percepisce ad esempio il ruolo dell’abbigliamento nel romanzo nella scena in cui Geppetto torna dalla prigione e il burattino decide di andare a scuola.

abbigliamento donna
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Il bel vestito è richiesto solo quando si presenta la necessità di apparire secondo le aspettative di precise pratiche sociali. E’ anche interessante notare quanto felice il bambino diventi grazie a questi “vestiti” di carta, che lo fanno anche immediatamente sentire più maturo. Ma in questo caso Geppetto agisce, come il Grillo parlante, da coscienza morale del burattino, avvisandolo che non è la bellezza esteriore che rende qualcuno migliore ma l’ordine o la pulizia. Eppure Pinocchio non abbandona il desiderio di migliorare la sua apparenza tramite un miglioramento dell’abbigliamento. Questo è il suo modo di elevarsi all’interno e al di sopra della sua classe, quindi di distinguersi socialmente secondo l’idea di “distinzione” proposta da Pierre Bourdieu.

Le uniche volte in cui l’abbigliamento diventa qualcosa di desiderabile o speciale sono quelle situazioni del romanzo in cui emerge una mancanza, vista dalle riflessioni di un bambino che diventa portavoce delle aspirazioni di un’intera classe sociale adottando il discorso sugli abiti come veicolo per richiamare l’attenzione alle disparità economiche tra i vari ceti. Si vede una continuazione di questa percezione unica degli abiti tramite gli occhi e le narrazioni dei bambini in Cuore di De Amicis, in cui il narratore Enrico descrive le esperienza di un suo intero anno scolastico a Torino. Essendo Enrico al contempo il narratore e il membro di un gruppo dei ragazzi che si trovano al centro della storia del romanzo, è interessante notare che il protagonista è sempre molto statico cioè è più un osservatore che un’importante parte della trama. A paragone di Pinocchio, lui non è al livello sociale più basso, vedendo che lui e i suoi compagni di classe vengano da tutti i diversi cerchi della società. Grazie al suo ruolo di osservatore ci mostra come le varie persone erano percepite nella società italiana post-unitaria. In questo modo, De Amicis costruisce l’identità dei personaggi tramite le descrizioni ricche di dettagli esteriori, compreso il modo in cui sono vestiti. La cosa ancora più significativa è quanto siano usati i vestiti per rendere un’immagine dei vari personaggi, non solo i ragazzi stessi ma anche tutti gli adulti che appaiono nella storia. Ad esempio, nella sezione intitolata “Ottobre” Enrico ci presenta i vari maestri della scuola.

In questa scena si vede come i vestiti servano da dettaglio per sottolineare il distacco economico dei professori della scuola di Enrico. Siccome la maggior parte della gente italiana viveva in contesti in cui essere istruito o almeno alfabetizzato non era ancora visto come necessario, la scuola non era così lodata come oggi. Per questa gente i bambini erano visti come creature capaci di aiutare le famiglie nelle loro necessità immediate, come vediamo nel romanzo di De Amicis tramite personaggi come Stardi che, anche se si trova in una famiglia povera con un padre alcolizzato, supera la sua difficolta grazie all’enorme impegno nello studio che lo porta a diventare uno dei migliori della classe a fine anno. E gli stessi maestri vivevano in condizioni modeste e dovevano sacrificarsi per il bene superiore dell’educazione della nuova generazione italiana.

L’Ottocento e la moda – le premesse di una nuova identità

Il processo di trasformazione dell’Italia in una nazione è stato molto particolare. Prima del Risorgimento e dell’unificazione del 1861, il paese che adesso conosciamo come Italia era diviso in varie città-stato, in conflitto una contro l’altra. Le idee di intellettuali e politici come Mazzini, Cavour e Garibaldi hanno svolto un ruolo fondamentale per riunire queste realtà locali in un organismo nazionale. Prima dell’unificazione non c’era un unico concetto di “popolo italiano”. Ogni città, se non ogni regione aveva una propria lingua, storia, e cultura. E’ stato quindi importante trovare elementi di coesione per poter trasformare un popolo in una nazione.

Se la nascita di una nazione è tutt’altro che spontanea, si pone quindi il problema di identificare o addirittura creare caratteristiche culturali come la lingua e la storia per giustificare il tentativo di trasformare un popolo diviso in un organismo, alimentando un sentimento di fratellanza. Infatti, “virtue and beauty were not only primary attributes ascribed to Italy’s past, but they were claimed by patriots as inherently Italian; thus, the patriots’ insistence that Italians ought to look nationally for its resurgence,”4 . Intendo interpretare la moda uno di questi elementi coesivi per unificare il popolo italiano. Come emergerà da questo studio, infatti, la moda si può considerare uno degli elementi che sono serviti al popolo italiano per realizzare una propria identità. Sebbene l’abbigliamento non sia sempre stato considerato un fattore di primaria importanza nell’analisi della cultura e nell’identità collettiva, in realtà, come cercherò di dimostrare, la sua evoluzione permette di capire aspetti importanti della situazione sociale, politica, ed economica di un popolo in un determinato periodo storico. L’Ottocento è un periodo di notevoli cambiamenti in Europa e in Italia in particolare, a cui si accompagna un interesse emergente degli scrittori per la moda, “la quale per la prima volta… diviene oggetto di riflessione filosofica e letteraria, acquistando un valore inedito come immagine di un’epoca e di una sensibilità in veloce trasformazione,”6 . Siccome la moda ha acquisito questa connotazione filosofica e antropologica, intendo prendere in esame la rappresentazione e la percezione dell’abbigliamento da parte delle varie classi sociali di questo periodo in modo da evidenziare come la moda abbia consentito al popolo di considerarsi “italiano”.

Nel suo libro sulla storia dell’industria della moda italiana, Elisabetta Merlo spiega che “l’abito e il suo accessorio, oltre ad essere un fatto di costume e un indicatore di benessere, sono amplificatori dei processi di distribuzione della ricchezza, di crescita del reddito, di sviluppo economico,” 7. L’interesse economico per la moda è cominciato con la rivoluzione industriale a Londra tra il 1760 e l’inizio dell’Ottocento, che ha portato a “un’ondata febbrile di invenzioni e innovazioni” 8 della manifattura tessile e l’intensificazione degli scambi dei consumi. Questa rivoluzione ha determinato una nuova offerta di fattori produttivi, capitale e lavoro che in molti casi agevolavano notevolmente l’élite, che sapeva come sfruttare i poveri, a volte non trattandoli come esseri umani. Comunque, “il ritardo accusato dall’Italia contribuì a imprimere al processo di industrializzazione italiano un corso peculiare in cui l’industria tessile si è inserita con tempi, funzioni e modalità diversi a seconda dei comparti produttivi”9 . Per via della sua arretratezza, l’industria italiana si concentrò innanzitutto sui prodotti tessili, cioè cotone, seta e lana, risorse naturali realisticamente utilizzabili in un’economia principalmente agricola. Sicuramente, il popolo italiano era coinvolto in maniere diverse in questa nuova attività, a seconda della posizione nella società dell’Ottocento. Durante questo periodo la maggior parte del popolo italiano era poco istruito. L’analfabetismo infatti, è uno dei problemi principali. Il popolo viveva inoltre in condizioni di notevole povertà e conduceva un’esistenza molto distaccata dalla gente più ricca. Nell’Italia appena unificata, la cui società era ancora molto frammentata e il popolo assai povero, non esisteva una classe borghese simile a quella francese quindi l’industria della moda italiana è stata per molto tempo ancora sottomessa all’industria francese. Per discutere come la moda sia servita da simbolo di cosa significhi essere “italiano” nel periodo post-Risorgimentale, utilizzerò quattro romanzi le cui storie trattano personaggi ambientati in questo periodo di trasformazione. Inizierò con Le Avventure di Pinocchio di Carlo Collodi, scritto nel 1881, per esaminare come i vestiti fossero trattati e che valore possedessero per le classi più povere. Con l’aiuto di Cuore di Edmondo De Amicis, scritto nel 1886, analizzerò poi le differenze tra la classe povera e il livello sociale più alto affermatosi nell’Italia post-Risorgimentale cioè la nuova borghesia italiana. Siccome i protagonisti di entrambi i romanzi sono bambini, l’ingenuità del loro punto di vista offre quindi riflessioni sulla moda apparentemente meno ideologiche e più dirette. Il rapporto della classe borghese con la moda si approfondisce poi con la novella di Matilde Serao La Virtu’ di Checchina scritta nel 1884, da cui si coglie l’evidente comparsa del potere del gusto e del valore estetico dell’abito. Concluderò la discussione con un’analisi della classe nobile ne Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, un romanzo che, sebbene scritto nel 1958, tratta di una famiglia nobile siciliana che fronteggia il difficile periodo di transizione dal dominio borbonico all’unificazione d’Italia. Nel suo articolo “Italian fashion: yesterday, today and tomorrow” Eugenia Paulicelli cita Vincenzo Consolo che ha coniato il termine “romanzo storico metaforico” per indicare “that any reconstruction or evocation of the past, as happens in the historical novel, becomes a powerful metaphor of the present in which it is written, and so the past that is evoked in the text calls into question the present that has produced it,”10. Secondo quest’idea, vorrei utilizzare i romanzi per spiegare i cambiamenti storici in Italia e dimostrare perché la moda italiana è diventata un business culturalmente ed economicamente importante.

Breve storia culturale

Nel nostro mondo c’è sempre qualche stereotipo che appartiene a qualcosa o qualcuno. In inglese, la parola “stereotipo” di solito porta con sé delle connotazioni negative perché è legata al pregiudizio. Comunque, esistono anche alcuni stereotipi positivi, il che è un po’ difficile da capire.

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P-E 2016

Prendiamo per esempio l’Italia, un paese i cui stereotipi positivi appaiono più di quelli negativi. Dai mass media si conosce l’Italia come un paese con buon cibo, uomini e donne di bell’aspetto e cultura. Naturalmente, la categoria della bellezza della gente italiana include il famoso business della moda. Per tutto il mondo, il concetto di “Made-in-Italy” porta con sé una certa eleganza privilegiata considerando che la maggior parte delle persone conosce bene i nomi di Armani, Versace, Valentino, e Gucci resi noti dalle stelle del cinema hollywoodiano e dai vari esponenti dell’alta società. Quest’immagine ha creato un business della moda italiana che è diventato una delle maggiori risorse economiche per questo paese. Basta visitare Milano per capire l’opulenza di questo business. Una città che si trova nel nord del paese, Milano, è diventata il fulcro produttivo durante l’industrializzazione del Novecento. Adesso, questa città si è affermata come palco per la moda italiana a livello internazionale, grazie alle sue Fashion Week che attirano le celebrità e i designer da tutto il mondo. Una passeggiata nel centro è sufficiente per vedere l’importanza del business della moda e accorgersi che a quasi ogni angolo appare il nome di un brand o qualche negozio di nota. Belle signore e signori eleganti passano vestiti impeccabilmente con le borse piene d’acquisti, come se ogni strada fosse una passerella. Sicuramente, un’immagine che ha così tanto potere non emerge per caso. Il business dell’abbigliamento donna italiano ha acquistato questo livello di privilegio grazie a una cultura che ha valutato moltissimo l’arte, la bellezza, e la bella figura. L’importanza dei bei vestiti è già presente ben prima del Rinascimento, il periodo più notevole per la comparsa dei capolavori artistici italiani. Nelle prossime pagine, tuttavia, propongo di dimostrare che il business ha guadagnato potere solo con le innovazioni dell’industria del nord che hanno reso possibile la commercializzazione della moda anche presso le grandi masse invece che limitarle ad una ristretta élite socioeconomica. Per investigare la crescita dell’importanza e del potere di questo business della moda vorrei prendere in esame vari romanzi storici iniziando con l’Ottocento e giungendo fino al periodo attuale. Eugenia Paulicelli ha affermato, sulla scorta di Gina Manzini, che lo stesso metodo critico con cui affrontiamo un romanzo dovrebbe essere applicato quando affrontiamo la moda. Ovvero, dovremmo trattare la moda come linguaggio e quindi “a witty manifestation of form”, capaci di mostrare la fisionomia di un popolo o un’epoca1 . Seguendo questa concezione semiotica della moda come linguaggio mi concentrerò su testi letterari da cui possiamo percepire i mutamenti culturali e sociali che hanno portato all’emergere di un business mondiale così potente. Infine, una volta giunta al periodo contemporaneo, vorrei anche portare alla luce le varie questioni relative ai diritti umani ai quali questo business si è legato negli anni recenti, spostando l’enfasi dal successo economico alla necessità di riportare in primo piano l’aspetto umanitario, com’è stato fatto con l’ambientalismo, e quindi guadagnare una nuova integrità.

Se la moda metterà il suo potere al servizio di cause umanitarie potrebbe completamente cambiare l’industria degli abiti in Italia. E’ ovvio che questo lavoro durerà molto tempo perché per realizzarlo bisogna cambiare alcune norme sociali e culturali, come il legame con la criminalità organizzata, che in certe situazioni è visto come normale e necessario. Comunque, propongo di mostrare che il business della moda italiana può mantenere il suo status ma anche guadagnare più rispettabilità se si impegna anche a sviluppare una sensibilità etica.

Storie di Brand: Skechers

Nonostante siano nate poco più di 2 decenni fa, le scarpe Skechers sono un brand che in pochissimo tempo è diventato un must-to-have a livello mondiale!

Il brand che produce le scarpe Skechers nasce infatti nel 1992, come costola del molto più rinomato marchio LA Gear. All’inizio le calzature Skechers erano anfibi sullo stile delle Dottor Martens ed in particolare erano scarpe da skaters; tuttavia molto presto il brand Skechers allarga il campo della produzione ed inizia ad offrire una gamma vastissima di prodotti.

Questa grande selezione di scarpe e calzature è uno dei motivi del successo delle scarpe Skechers, oltre all’altissima qualità della lavorazione e dei materiali impiegati.

scarpe skechers

Il brand USA Skechers rivendica di essere il marchio numero 2 negli Stati Uniti nel settore delle calzature sportive.

Nel pezzo dello scorso 18 maggio, il quotidiano statunitense Wall Street Journal, riferendosi alpanel NPD indica che, nel primo trimestre 2015 negli USA, le calzature sportive di Skechers hanno rappresentato il 5% del mercato, superando Adidas (4,6%), ma anche Asics e New Balance.

Una crescita ampiamente trainata dalle scarpe da passeggio di Skechers, che, nel primo trimestre, hanno registrato un incremento delle vendite del 40,5%, a 692 milioni di euro. Nike continua comunque a fare corsa di testa, totalizzando nel periodo il 62% delle vendite di sneakers.

Il tedesco Adidas continua dunque a perdere posizioni sul mercato statunitense. Tanto più che l’anno scorso il produttore tedesco di articoli sportivi aveva già ceduto la sua seconda posizione in termini di vendite di footwear e di abbigliamento sportivo ad Under Armour.

Le collezioni Skechers sono per uomo, donna e bambino e completano sia i look più sportivi che quelli più urban. Quest’anno Skechers ha registrato un’altra importante vittoria: la Boston Marathon è stata vinta da Meb che da alcuni anni è testimonial della linea running di Skechers. Per Skechers questo è una nuova importante vittoria.

Storie di Brand: New Balance

La storia delle scarpe New Balance inizia all’inizio del secolo ‘900 nella città americana di Boston, nel Massachusetts ed è strettamente legata all’oramai famosissimo immigrato William J. Riley proveniente dall’inghilterra.

Riley 33 anni in quanto calzolaio, si era posto l’obiettivo di aiutare le persone con problemi ai piedi, progettando la produzione di plantari e di scarpe specificatamente realizzate.

Si racconta che l’idea della produzione di plantari e di dare alla sua azienda il nome “New Balance” gli fosse venuta mentre osservava le galline nel suo giardino. Era affascinato dal fatto che le galline fossero in grado di mantenere perfettamente l’equilibrio – il Balance – con soli tre artigli e le prese come esempio. I plantari di Riley si basarono di conseguenza su un modello a tre punte che, in base alle sue conoscenze ortopediche, adattò correttamente al piede umano.

La storia delle New Balance

  • Nel 1933 il primo venditore di Riley, Arthur Hall, entrò come socio a far parte dell’ancora giovane azienda. Insieme superarono esperienze determinanti quali la “Great Depression”, la più grande crisi economica degli anni 30 ed il trasferimento dell’azienda a Cambridge, nel Massachusetts.
  • Nel 1941 Riley e Hall realizzarono scarpe conformate specificatamente per i settori del Running, del Baseball, del Basketball, del Tennis e della Box.
  • Quando nel 1949 Riley andò in pensione, l’azienda vendeva scarpe per il valore di 22.099 dollari.
  • Fino al dicembre del 1953 Arthur Hall gestì da solo la New Balance, successivamente vendette l’azienda a sua figlia e a suo marito, Eleanor e Paul Kidd. A questo periodo risale anche la prima azione sociale dell’azienda, una donazione in denaro alla Croce Rossa americana per la distribuzione di alimenti a persone in difficoltà – ne seguirono molte altre.
  • Il 1961 segna un anno decisivo nella storia della New Balance, poiché in quell’anno venne messa sul mercato la “Trackster“. La “Trackster” fu la prima scarpa sportiva funzionale, basata su di una suola con delle piccole scanalature, acquistabile in diverse larghezze. Il successo fu straordinario. La “Trackster” divenne presto la scarpa più utilizzata nei College e nei programmi di fitness YMCA.
  • Nel 1972, nel giorno della maratona di Boston, i Kidd, per motivi di età, vendettero la New Balance per 100.000 dollari ad un uomo di nome Jim Davis. Il consiglio che Paul Kidd diede a Jim Davis fu: “Mantieni il concetto della larghezza!”. A quei tempi alla New Balance erano impiegati sei operai che producevano 30 scarpe al giorno.
  • Nel 1976 la M320 vinse il test del Runner’s World come migliore scarpa da corsa – era arrivato il momento di cominciare con la distribuzione a livello mondiale. La prima fornitura arrivò in Danimarca, poi in Svizzera e quindi in Giappone.
  • Nel 1978, l’anno in cui Anne Davis entrò a far parte dell’azienda, furono aperti il primo ufficio vendite internazionale a Londra e la prima fabbrica in Europa, qualche anno più tardi sarà fondata la centrale europea. Il numero dei collaboratori aumentò rapidamente. L’azienda sviluppò sempre nuovi progetti: in questo periodo la New Balancepresentò sul mercato la prima scarpa da corsa da donna, la W320 e la 990, una scarpa di qualità tecnica superiore.
  • Nel 2006, anno in cui è stata festeggiato il centenario dell’azienda, la New Balance era rappresentata in tutti e cinque i continenti con più di 2.800.
  • La New Balance è oggi la quarta marca più importante al mondo di calzature sportive.