Il ritardo mentale

I testi specialistici nel definire il ritardo mentale evidenziano due aspetti fondamentali che rendono ragione sia della complessità del concetto, sia delle difficoltà che si possono incontrare negli interventi educativo-riabilitativi nei confronti dei soggetti categorizzati attraverso questa definizione. Il primo riguarda strettamente le abilità cognitive: “difetto dell’intelligenza dipendente da un insufficiente sviluppo o da un rallentamento delle capacità cognitive” (Galimberti, 1992). Il secondo attiene ad un ambito relazionale e di adattamento: “inadeguatezza nel funzionamento adattivo, ossia un’incapacità del soggetto a corrispondere agli standard propri della sua età o del suo gruppo culturale in aree come l’attività e le responsabilità sociali” (Galimberti, 1992). Queste definizioni spesso si riferiscono al soggetto affetto da ritardo mentale come ad un individuo il cui sviluppo differisce in maniera quantitativa da quello degli individui normodotati. Questo fatto risuona anche nel parlare comune e in termini ormai desueti quali “lentezza”, “ritardo cognitivo”, che lascia trasparire l’ipotesi per cui in un tempo sufficiente, e più lungo del normale, il soggetto ha la possibilità di raggiungere un livello cognitivo pari agli individui considerati normodotati. In realtà nella pratica quotidiana del lavoro educativo può essere più efficace la definizione data da Trisciuzzi (2006): “…il cosiddetto ritardo mentale rappresenta anche una deviazione qualitativa rispetto al normale funzionamento mentale. Deviazione legata in primo luogo alla rigidità o mancanza di mobilità mentale e in secondo luogo anche a una particolare strutturazione dell’aspetto affettivo relazionale ed emotivo motivazionale”. Questa definizione evidenzia il fatto che, anche se per motivi di chiarezza e comunicazione spesso si paragona il soggetto portatore di un ritardo mentale con il soggetto normodotato, questa operazione non è del tutto corretta in quanto si tratta di due modi di vivere e di relazionarsi qualitativamente differenti.

La necessità di classificare il funzionamento cognitivo e di definire il ritardo mentale nasce anche dall’esigenza di differenziarlo da difficoltà di adattamento all’ambiente dovuto a problematiche di natura psichiatrica. Gli elementi dello sviluppo cognitivo e delle abilità intellettive, dovendo essere misurati con precisione oggettiva, sono necessariamente di ordine quantitativo. Queste classificazioni di norma utilizzano metodi di confronto tra l’individuo normodotato (definito tale unicamente da criteri statistici) e il soggetto affetto da ritardo mentale, definendo, in ultima analisi, la differenza che li separa. Secondo queste classificazioni è in primo luogo necessario distinguere tra il ritardo mentale propriamente detto, che si manifesta secondo le definizioni prima dei 18 anni di età, e la demenza che, pur avendo un esito simile, è il risultato di un processo degenerativo insorto in età adulta. L’ ICD 10 (International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death) (AA.VV. 2007) e DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, pubblicato dalla dall’American Psychiatric Association) sono due sistemi di classificazione alle quali fa riferimento la comunità scientifica al fine di definire le condizioni patologiche dell’individuo, definiscono quali e quanti sintomi siano necessari per poter diagnosticare una particolare malattia. Può essere utile a questo proposito fare riferimento al DSM IV considerato il manuale più esteso e meglio sistematizzato. Il DSM ha sostituito con il termine “ritardo mentale” le definizioni ormai ampiamente superate per indicare questa condizione, ossia quelli di oligofrenia, frenastenia, ipofrenia, insufficienza mentale ed imbecillità, nei soggetti affetti da ritardo mentale, secondo il DSM IV-TR che è l’ultima versione del 2007, il funzionamento intellettivo è significativamente inferiore alla media. Il funzionamento intellettivo viene definito e misurato attraverso diversi test (WAISS, Wechsler, Bellevue, Wisc) che permettono di misurare e definire il Quoziente Intellettivo (Q.I.) individuale, e che rappresenta numericamente il discostamento del funzionamento intellettivo dell’individuo da un funzionamento definito in base a criteri prettamente statistici, vale a dire nella media delle persone appartenenti ad una medesima cultura. Questo indice, come riconosciuto anche dal DSM, non è sufficiente a diagnosticare un ritardo mentale, ma è necessario, a tal fine, che si manifesti anche un deficit nel comportamento adattivo. Attualmente si vede il superamento dei precedenti modelli rappresentati dal DSM e dall’ ICD10 con il sistema rappresentato dal ICF, redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che mette in luce il concetto di funzionamento globale del soggetto e di salute bio-psico-sociale della persona. Infatti, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il funzionamento di una persona, va letta e compresa in modo globale, sistemico e complesso. Tale modello è stato proposto come base per un nuovo modello di diagnosi funzionale per la lettura dei bisogni educativi speciali in ambito scolastico . L’ICF considera la disabilità non come conseguenza della malattia, ma in riferimento al funzionamento della persona, inteso come espressione di diverse componenti, che influenzano la qualità della vita. Per l’ICF la diagnosi funzionale è “la comprensione del funzionamento della persona, della sua attività e della sua partecipazione sociale in rapporto a molteplici fattori personali e ambientali”. Per redigerla, prende in considerazione diverse componenti: funzioni corporee, strutture corporee, attività personali, partecipazione sociale. Quindi l’ICF non è uno strumento diagnostico, ma una classificazione descrittiva che non si basa sulle limitazioni dell’individuo ma sulla descrizione delle capacità osservate nelle attività quotidiane.

Classificazione della gravità del ritardo

Affinchè il ritardo sia correttamente diagnosticato, occorre vi siano associate rilevanti difficoltà, che vengono convenzionalmente individuate in alcune delle seguenti aree:

  • Comunicazione
  • Cura della persona
  • Vita in famiglia
  • Attività sociali
  • Capacità di usare le risorse della comunità
  • Autodeterminazione
  • Scuola
  • Lavoro
  • Tempo libero
  • Salute
  • Sicurezza

In base la punteggio di Q.I. raggiunto al test intellettivo è possibile definire dei sottotipi del ritardo mentale, che rappresentano anche i livelli di progressiva gravità del disturbo: Ritardo Lieve Corrisponde ad un Q.I. compreso tra 50-55 e 70 ed è equiparabile ad una età tra i 9 e i 12 anni. E’ difficilmente evidenziabile nei primi anni di vita. Il periodo iniziale in cui si nota il problema è quello dell’inserimento scolastico, periodo in cui possono sopraggiungere difficoltà nell’apprendimento. Il linguaggio si presenta abbastanza ricco e ben organizzato, ma la scrittura non raggiunge livelli ottimali. Lo sviluppo motorio, quello prassico e soprattutto quello ritmico non risultano ad un buon livello. In genere il pensiero formale non viene raggiunto o viene utilizzato nelle forme più vicine all’esperienza personale e quotidiana. Nell’età adulta molto sovente si ha il raggiungimento di una autonomia lavorativa e di relazioni sociali soddisfacenti. Ritardo moderato Corrisponde ad un Q.I. compreso fra 35-40 e 50-55. Il ritardo medio o moderato ha eziologia organica e gli individui affetti da tale patologia rimangono ad un’età mentale di 6/8 anni. Chi presenta tale livello di ritardo possiede discrete capacità comunicative e può raggiungere un certo grado di indipendenza nella cura di sé. Ha relativa autonomia nei luoghi conosciuti e può adattarsi alla vita nel contesto sociale e lavorativo, pur necessitando di un supporto. Per quanto riguarda l’apprendimento scolastico la comprensione e l’ uso del linguaggio, sono lenti e il vocabolario appreso è piuttosto limitato. Il linguaggio rimane a livello asintattico e spesso le competenze apprese in ambito scolastico vengono rapidamente perse. Ritardo Mentale Grave Il ritardo mentale grave (Q.I. compreso tra 20-25 e 35-40) ha origine organica, e l’età mentale dell’ individuo si ferma ai 3/6 anni. I livelli del linguaggio sono minimi o assenti, presenta un linguaggio olofrastico, ossia utilizza una parola per spiegare tutta la frase, tipica dell’intelligenza sensomotoria. Se costantemente supportato, l’individuo può acquisire una competenza elementare nella cura di sé. Le capacità lavorative sono ridotte ad attività molto semplici che gli è possibile svolgere in ambienti protetti e in presenza di personale specializzato. L’autonomia è condizionata da una costante supervisione. Ritardo Mentale Gravissimo Nell’adulto corrisponde ad un’età mentale inferiore ai 3 anni (Q.I. inferiore a 20-25) Il soggetto non è in grado di svolgere le principali funzioni della vita quotidiana (pulizia, alimentazione, controllo sfinterico). La vita di relazione è ridotta. Il linguaggio è per lo più assente o fortemente compromesso, quando esiste non si compone di non più di 10/20 parole comprensibili con difficoltà. I soggetti a questo livello sono dipendenti o da persone o da istituzioni di tipo ospedaliero, spesso a questo ritardo si associano alterazioni neurologiche. La necessità di sostegno è costante e continua, ed è necessaria per tutta la durata della vita. Attualmente nella valutazione del concetto di intelligenza è entrato in uso la concentualizzazione di Gardner sulle intelligenza multiple che, a differenza della teoria classica che considera il Q.I. un fattore unitario e misurabile, considera l’intelligenza come il risultato di diverse componenti. Gardner, psicologo americano nato nel 1943, docente di cognitivismo e pedagogia alla Facoltà di Scienze dell’Educazione all’Università di Harvard, è considerato il padre della teoria delle intelligenze multiple, che nega l’unicità dell’intelletto umano e ne afferma invece la molteplicità di forme e di espressioni. Egli giunse alla conclusione che gli esseri umani non siano dotati di un determinato grado di intelligenza generale, quanto piuttosto di un numero svariato di facoltà relativamente indipendenti fra loro. Identifica così sette differenti tipologie d’intelligenza: • logico-matematica: coinvolge sia l’emisfero cerebrale sinistro deputato al ricordo dei simboli matematici, che quello destro, nel quale vengono elaborati i concetti. È l’intelligenza che riguarda il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e le catene logiche; • linguistica: legata alla capacità di utilizzare un vocabolario chiaro ed efficace. Chi la possiede solitamente sa variare il suo registro linguistico in base alle necessità ed ha la tendenza a riflettere sul linguaggio; • spaziale: concerne la capacità di percepire forme ed oggetti nello spazio. Chi la possiede, normalmente, ha una sviluppata memoria per i dettagli ambientali e le caratteristiche esteriori delle figure, sa orientarsi in luoghi intricati e riconosce oggetti tridimensionali in base a schemi mentali piuttosto complessi; • corporeo-cinestesica: coinvolge il cervelletto, i gangli fondamentali il talamo e vari altri punti del cervello. Chi la possiede ha una padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti • musicale: normalmente è localizzata nell’emisfero destro del cervello, ma le persone con cultura musicale elaborano la melodia in quello sinistro. È la capacità di riconoscere l’altezza dei suoni, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche. Chi ne è dotato solitamente ha uno spiccato talento per l’uso di uno o più strumenti musicali, o per la modulazione canora della propria voce. L’intelligenza personale, secondo la definizione di Gadner si suddivide in: • interpersonale: coinvolge tutto il cervello, ma principalmente i lobi prefrontali. Riguarda la capacità di comprendere gli altri, le loro esigenze, le paure, i desideri nascosti, di creare situazioni sociali favorevoli e di promuovere modelli sociali e personali vantaggiosi • intrapersonale: riguarda la capacità di comprendere la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale per ottenere risultati migliori nella vita personale, e anche di sapersi immedesimare in ruoli e sentimenti diversi dai propri.

Fattori che influiscono l’insorgenza del ritardo mentale

Il ritardo mentale ha diverse etiologie e può essere visto come l’esito finale che può essere comune a molti processi patologici che agiscono sul funzionamento del sistema nervoso centrale. Questi fattori possono essere primariamente biologici, primariamente psicosociali o combinazioni di entrambi.
I principale fattori predisponenti includono:

  • ereditarietà (circa il 5%), questi fattori includono errori congeniti del metabolismo, trasmessi per via autosomica recessiva e aberrazioni cromosomiche (sindrome di Down, sindrome dell’x fragile).
  • alterazioni precoci dello sviluppo embrionale (circa 30 %) questi fattori includono alterazioni cromosomiche (ancora una volta la sindrome di Down dovuta a trisomia 21) o danni precoci dovuti a sostanze tossiche (per esempio uso di alcool da parte della madre, infezioni).
  • problemi durante la gravidanza e nel periodo perinatale (circa il 10%) questi fattori includono la malnutrizione del feto, la prematurità, l’ipossia, infezioni virali e traumi.
  • condizioni mediche generali che hanno luogo durante l’infanzia e la fanciullezza (circa il 5%), questi fattori includono infezioni, traumi e avvelenamenti.
  • influenze ambientali (circa il 15-20%), questi fattori includono mancanza di accudimento e di stimolazioni sociali, verbali o di altre stimolazioni. Per quanto riguarda le cause organiche è possibile accertarne un ruolo determinante nel 43% dei casi di ritardo mentale lieve, e nell’89% del ritardo mentale di grado grave.

ritardo mentale
Molti studi sui fattori psicosociali e ambientali, individuano come elementi che concorrono a produrre o aggravare una condizione di ritardo mentale i seguenti:

  • carenze socioeconomiche (condizioni di povertà, insicurezza, rischi igienico sanitari, emigrazione o immigrazione).
  • carenze di accudimento precoce (carenze affettive, patologia mentale dei genitori, abbandono, abuso fisico, psicologico o sessuale).
  • cultura dei familiari (livello scolastico, interessi, abitudini alimentari, igiene e promiscuità dell’abitazione).

Il ritardo mentale in età adulta

Essere una persona adulta, vuol dire avere ed esprimere il proprio punto di vista su se stessi e sulle cose che ci circondano, ed allo stesso tempo avere degli obiettivi da perseguire, per poter vivere la propria vita. La partecipazione è un tema fondamentale quando si parla di adultità, sia a livello individuale che come accettazione da parte della società del proprio ruolo. L’adultità non riguarda solo una crescita a livello biologico e psicologico ma comprende la rete di interazioni sociali, culturali, politiche ed economiche relative al contesto della persona. Questo vale anche per la persona disabile, il cui mondo, già caratterizzato da molte differenze, deve confrontarsi anche con la condizione socioeconomica, il sesso e il contesto culturale. Spesso ci si ferma alla superficie per paura di vedere in profondità, e si rimane attaccati al concetto di disabile, ovvero di colui il quale non potrà mai essere un adulto perché non possiede una maturità, non potrà mai essere autonomo, non partecipa attivamente e di conseguenza non porta contributo reale e significativo alla società. Questo atteggiamento discriminante viene rimandato alla persona disabile, che crescendo incontra situazioni per cui l’immagine e l’identità che sta costruendo di sè, non è confermata da chi gli sta intorno, anzi, spesso è svalutata. Il risultato di queste rappresentazioni può avere dei riscontri negativi, per esempio, la persona può chiudersi in se stessa, accettando e confermando “l’etichetta” di diverso, oppure assumendo un ruolo passivo e di dipendenza che porta ad una relazione simile al rapporto tra adulti e bambini, piuttosto che tra adulti. In altri casi, la persona disabile, per contrapposizione, assume un atteggiamento diverso, che lo porta alla costruzione di una identità forte, sicura di sé ma allo stesso tempo consapevole dei propri limiti, decisa a difendere e far valere, il valore della propria esistenza e i propri diritti. La qualità della vita di una persona disabile non può essere considerata se non tenendo conto del suo punto di vista, anche se complesso. Egli fatica a trovare lo spazio in cui farsi valere perché questo contribuisce a costruirne l’identità. Il disabile adulto si confronta quotidianamente con il concetto di normalità che coincide con la possibilità di sentirsi di pari valore, di possedere uguali diritti a prescindere dalle condizioni sociali e personali. Uno snodo importante nel sostenere questo diritto alla normalità è il non negare la diversità e i bisogni speciali dell’individuo.

(Fonte: Tesi D. Lombardi)