L’intelligenza emotiva

L’intelligenza può essere definita come il “complesso delle facoltà mentali e psichiche che consentono all’uomo di ragionare, di comprendere la realtà, fronteggiare situazioni nuove (…). Capacità generale che consente di adattarsi attivamente all’ambiente e che nell’essere umano si manifesta nei comportamenti e nel grado di elaborazione dei processi mentali”. (Binet 1981) L’intelligenza può anche essere definita come capacità di affrontare con efficacia l’ambiente in cui si vive. In tal caso il concetto di intelligenza viene a coincidere in maniera approssimativa con “efficacia”, cioè con la capacità di adattarsi con successo al mondo esterno. In ambito evolutivo potremmo, infine, definirla in accordo con Darwin, come l’insieme di quelle capacità che ci permettono di avere un successo evolutivo, in tal senso l’uomo è considerato come la specie più intelligente fra gli animali in quanto ha raggiunto il maggior successo evolutivo, fatto reso chiaro dalla straordinaria capacità del genere umano di adattarsi e di abitare quasi ogni luogo della Terra. Questa lettura però non risulta essere del tutto corretta, se infatti ci soffermiamo a osservare in maniera più analitica un ambiente naturale particolare, notiamo come esistano animali meglio adattati dell’uomo, dotati cioè di abilità particolari che gli permettono di abitare quel dato ambiente in maniera più efficace di quanto la specie umana possa fare. Si pensi ad esempio a luoghi dai climi estremi quali i poli o i deserti, in cui date le condizioni ambientali l’uomo, pur dotato di capacità cognitive nettamente superiori, non è in grado di sopravvivere, mentre altre specie sono perfettamente adattate. Ecco quindi che si rende necessaria una chiara distinzione tra intelligenza ed abilità, tra “essere” genericamente dotati di intelligenza e “avere” dei comportamenti intelligenti, delle competenze. Risulta a questo punto abbastanza chiaro che è possibile avere dei comportamenti efficaci, intelligenti, di successo, e che questi a volte sfuggono ad una definizione di intelligenza quale quella che può essere data utilizzando il concetto di Q.I. In generale il Q.I. non è in grado di predire l’efficacia o il successo dell’individuo nella vita quotidiana ed è anche molto controverso il fatto che sia un indice affidabile nel predire il successo scolastico. In altre parole, una cosa è la definizione di intelligenza intesa come una qualità statica, misurabile, definibile in astratto, altra cosa è considerarla come una facoltà che deve produrre dei comportamenti.

Abili e diversamente abili, intelligenti e diversamente intelligenti.

Nella pratica educativa è evidente come gli strumenti utilizzati per misurare l’intelligenza, in grado cioè di definire un certo Q.I., rilevano aspetti dell’intelligenza e ne danno una descrizione che spesso non rispecchia ciò che è strettamente utile nella vita quotidiana. Esiste un ampia documentazione relativa a persone non particolarmente dotate, vale a dire con basso Q.I., che hanno capacità sorprendenti, persone che hanno capacità in alcuni campi specifici fuori dal comune e sono inette in altri, (si veda il caso degli “idiots savant”, persone con basso livello intellettivo che possiedono una sola abilità ma di livello straordinario, es. suonare uno strumento musicale) o al contrario persone ritenute comunemente molto intelligenti ma che sono carenti o incompetenti in altri campi, in special modo nelle abilità concrete o nelle abilità relazionali. L’espressione quindi “diversamente intelligente” forse può rendere merito ad abilità e intelligenze possedute anche da chi intelligente non “è”, nel senso di chi possiede un Q.I. al di sotto nella norma. Proprio in relazione a quest’ultimo aspetto si è tentato di ampliare il concetto di intelligenza, per applicarlo ad un ambito di tipo relazionale, pertanto è stato introdotto il concetto di intelligenza sociale intesa come capacità di interagire nell’ambiente sociale. Sternberg, uno dei maggiori studiosi sull’intelligenza e sviluppo cognitivo, conferma che l’Intelligenza Sociale è distinta dalle capacità scolastiche ed è parte integrante delle doti che consentono alle persone di realizzarsi negli aspetti pratici. Egli propone una concezione secondo la quale l’intelligenza si esprime attraverso tre modalità fondamentali: analitica, creativa e pratica, che, a differenza delle dimensioni misurate dai test classici di intelligenza, esprimono un idea d’intelligenza come qualcosa che è definibile non in astratto ma in relazione ai compiti che l’individuo deve affrontare nella vita quotidiana. Egli quindi giunge a definire: • L’intelligenza analitica: consiste nella capacità di analizzare, scendendo nei dettagli, di valutare, di esprimere giudizi, operare confronti tra elementi diversi. • L’intelligenza creativa: inerente all’intuizione, si manifesta nella capacità di inventare, di scoprire, di immaginare, di affrontare con successo situazioni nuove per le quali le conoscenze e le abilità esistenti si mostrano inadeguate. • L’intelligenza pratica: consiste nella capacità di utilizzare strumenti, applicare procedure e realizzare progetti. È parlando di intelligenze e non di intelligenza quindi, che si rende ragione delle differenze e delle propensioni individuali che si possono osservare e fornendo una spiegazione del perché alcune persone ritenute generalmente intelligenti (che hanno un Q.I. nella norma) manifestano delle aree di comportamento in cui le loro capacità sono ridotte e, viceversa persone ritenute poco intelligenti (Q.I. Inferiore a 80) che, pur manifestando in generale tutti i segni di una scarsa intelligenza, possono avere delle estese aree di comportamento che non esitiamo a definire adeguate alle richieste dell’ambiente.

Dall’intelligenza multipla all’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva amplia il concetto di “intelligenza personale” tra quelle indicate come intelligenze specifiche indipendenti da Gardner, in quanto essa è focalizzata principalmente sul riconoscimento e l’uso degli stati d’animo propri e altrui per risolvere problemi e regolare il comportamento.
intelligenza emotivaL’intelligenza emotiva è stata, in un primo tempo, considerata come sottoinsieme dell’intelligenza sociale, ma come tendono a sottolineare i teorici che ne hanno coniato il termine, Peter Salovey e John D. Mayer, può risultare completamente indipendente da essa, pur rivestendo un ruolo ad essa complementare. Essa è composta da un insieme di processi mentali che comprendono le capacità di valutare ed esprimere le emozioni, di regolare le emozioni e di utilizzarle in modo adattivo. Gli studiosi che hanno introdotto il concetto di intelligenza emotiva (IE),Peter Salovey e John D. Mayer, la definiscono, nella loro più articolata sistematizzazione teorica del 1990, come “quell’insieme di abilità che sono da intendersi come conoscenza emozionale, abilità di percepire, valutare ed esprimere accuratamente ed adattivamente le emozioni, abilità di generare e/o utilizzare sentimenti al fine di facilitare le attività cognitive e i comportamenti adattivi,ed infine abilità di gestire le emozioni in se stessi e nelle relazioni con gli altri”. Nel modello attuale l’IE viene definita dagli autori come un set di abilità cognitive di elaborazione di informazioni di tipo emotivo-affettivo, riguardanti sia la sfera personale che interpersonale. Tali abilità vengono suddivise in quattro ambiti principali ordinati gerarchicamente (Mayer e Salovey,1997):

  1. Percepire accuratamente, valutare ed esprimere le emozioni
  2. Generare e/o utilizzare le emozioni per facilitare il pensiero
  3. Comprendere le emozioni, le loro reazioni causali, le loro trasformazioni e le combinazioni di stati emotivi
  4. Regolare e gestire le emozioni per promuovere la crescita emotiva ed intellettiva.

Il primo ambito riguarda la precisione con cui gli individui possono identificare le emozioni e il contenuto emozionale. Questa è una capacità che i bambini imparano a riconoscere fin da piccoli identificando i propri stati d’animo e quelli degli altri.

Un individuo che ha sviluppato intelligenza emotiva è in grado di valutare e comprendere l’emozione in qualsiasi ambito: tanto nelle altre persone, quanto nella musica, nell’arte ed in ogni espressione artistica prodotta dall’uomo per evocare e trasmettere stati d’animo, emozioni e sentimenti. Il secondo ambito descrive gli eventi emozionali che facilitano i processi intellettivi. Già dalla nascita le emozioni hanno una funzione di sistema di allarme per segnalare un cambiamento importante ad esempio quando un bambino piange lo fa per ricevere cure o per ottenere qualcosa che gli procuri piacere. Il terzo ambito riguarda le abilità di capire le emozioni e di usare la conoscenza emotiva che inizia nell’infanzia e si sviluppa durante la vita con maggior consapevolezza. Non solo è in grado di riconoscere le emozioni e classificarle ma anche di percepire le relazioni tra queste classificazioni. Il quarto ambito concerne la regolazione consapevole delle emozioni per aumentare la crescita emotiva e intellettuale. Cioè la capacità di regolare, controllare e manifestare le emozioni al momento e nel contesto più opportuno. In genere questa funzione viene assolta dai genitori che insegnano ai loro figli a non esprimere certe emozioni o a controllarle.

Tali competenze non sono influenzabili dalla cultura e possono essere accresciute, potenziate e migliorate attraverso processi educativi, terapeutici, o più in generale mediante le relazioni interpersonali.

(Fonte: tesi D. Lombardi)

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