Le emozioni

Il vocabolario di psicologia definisce la parola emozione come una “reazione affettiva intensa con insorgenza acuta e di breve durata determinata da uno stimolo ambientale”. (Galimberti, 2002) La parola stessa e-motion, dal latino moveo e dal prefisso e, significa movimento da ed indica la tendenza attivatrice delle emozioni che ci spinge a muoverci. Ad esse dobbiamo buona parte della carica energetica che ci spinge a vivere, potremmo dire che sono l’impulso ad agire e per meglio dire la voglia di agire nel mondo. Il dizionario francese (Dictionnaire de Furetière 1960) afferma che «l’emozione è movimento straordinario che agita il corpo e lo spirito, e che ne turba il temperamento o l’equilibrio”. Da questa definizione ne consegue che gli stati emotivi si configurano come reazioni ad eventi, piacevoli o meno, con valore adattivo, fondamentale per la sopravvivenza (Darwin, 1872; Ekman, 1973); si generano nella mente come prodotto del flusso di pensieri che essa contiene e sono energia che si estende per tutto il corpo e fuori da questo. Pertanto possiamo affermare che sono una dimensione fondamentale dell’esperienza umana, non semplicemente aggiuntiva rispetto alla dimensione cognitiva. Parlare di emozioni significa necessariamente prendere in considerazione la dimensione progettuale dell’individuo e gli aspetti più importanti che guidano la sua condotta, investendo globalmente la sua mente e il suo corpo. Le emozioni sono il risultato di un’evoluzione insieme biologica e culturale che hanno assunto nel tempo molteplici funzioni a livello individuale e sociale. Lo stesso Darwin (1872) aveva affermato l’universalità e l’innatismo delle espressioni emozionali, confrontando il comportamento di diverse specie animali, popolazioni geograficamente distanti e culturalmente diverse. A sostegno di tale teoria ci sono le osservazioni delle espressioni emozionali fatte dallo stesso Darwin e cioè la somiglianza di alcune espressioni in varie specie animali e in quella umana, la somiglianza delle espressioni tra adulti e bambini molto piccoli, la somiglianza delle espressioni in popoli ed etnie diverse (Darwin C., 1864). Ma gli studi più recenti a riguardo, sono quelli condotti da Paul Ekman, che ha dimostrato l’universalità delle espressioni facciali delle emozioni grazie a studi transculturali di alto valore scientifico che dimostra come la mimica facciale sia in grado di veicolare informazioni diversificate, attendibili e chiare di diversi e specifici vissuti emozionali.

Emozioni: quali e da dove arrivano?

Da sempre gli studi sulle emozioni ne hanno messo in risalto gli aspetti di debolezza cui la mente va incontro quando se ne è sopraffatti in ogni caso tra tutti gli oggetti della psicologia le emozioni rappresentano quanto di più difficile da studiare con strumenti scientifici. La sede del “ cervello emozionale” è il sistema limbico, la parte più antica dell’encefalo strettamente connessa all’ippocampo, struttura fondamentale per la memoria (Le Doux, 1996). Quindi già nella nostra fisiologia e anatomia emerge lo stretto rapporto esistente tra emozioni e memoria. In effetti, noi abbiamo due “menti”, due modalità di conoscenza: la mente “razionale”, collegata all’attività della corteccia cerebrale, che rappresenta la modalità di comprensione cosciente, consapevole frutto della riflessione e, accanto, un altro sistema di conoscenza, la mente “emozionale” più antica, più rapida nelle reazioni ma spesso illogica e imprecisa (Le Doux, 1998).
Ogni emozione racchiude nel suo interno differenti componenti:

  • Fisiologiche: che comprendono fenomeni fisici in tutto il corpo come tensione muscolare, accelerazione del battito cardiaco, ecc…;
  • Cognitive: che inducono a pensare in maniera differente passando attraverso i valori, i principi posseduti da ognuno di noi ed utilizzati per determinare se la situazione che si sta vivendo sia accettabile o no, corretta o scorretta.
  • Comportamentali: che preparano e spesso spingono all’azione come fuga o lotta, tenerezza o aggressività, ecc..

Le emozioni sono quindi risposte soggettive flessibili e variabili caratterizzate da un processo di mediazione fra il flusso degli eventi e le risposte dell’individuo, che spingono ad una attivazione generale del sistema nervoso centrale e periferico producendo reazioni motorie ed espressive precise: aumento del battito cardiaco, aumento della sudorazione, dilatazione della pupilla, diminuzione della secrezione salivare (sensazione bocca asciutta) e così via. E’ possibile distinguere alcune emozioni di base che sono anche le più studiate, le cosiddette Big six, e cioè la felicità, la rabbia, la paura, la sorpresa, la tristezza e il disgusto, le quali combinandosi le une con le altre danno origine a sentimenti più complessi, come vergogna, imbarazzo, orgoglio, delusione, disprezzo. Le emozioni sono presenti fin dalla prima infanzia (ad esempio un rumore forte spaventa un neonato così come la presenza materna da calore e felicità) e si trasmettono in situazioni di vita collettiva o famigliare da bambino a bambino in una sorta di contagio o imitazione emotiva. Le emozioni nascono dunque nella relazione sociale in una valutazione molto rapida della situazione sulla base della propria esperienza.
Dal punto di vista qualitativo è possibile distinguere:

  • emozioni primarie (considerate innate e corrispondenti ad espressioni facciali universalmente riconoscibili) che sono radicate biologicamente e dunque presenti fin dalla nascita (gli studiosi sono pressoché concordi nel definire come tali le sopracitate Big six).
  • emozioni secondarie (legate all’apprendimento e complesse sono maggiormente condizionate e plasmate dall’esperienza). In questo tipo di emozioni entrano in gioco valutazioni dell’ambiente sociali, delle relazioni con gli altri e richiedono una certa dose di autoconsapevolezza che solo in fasi più mature dello sviluppo possono essere presenti.

La comparsa delle emozioni provoca una variazione a livello: • vegetativo: la respirazione, la pressione arteriosa, il battito cardiaco, le secrezioni ormonali, la digestione; • somatico: le espressioni facciali, la postura, il tono della voce e le reazioni ad esempio la fuga. • psichico: sensazioni oggettive, alterazioni del controllo di sé e delle proprie abilità cognitive.

Le competenze emotive

Il fatto che le competenze emotive si sviluppino nell’arco di tutta la vita a partire dall’infanzia, l’imparare ad esprimere, riconoscere e capire le espressioni emozionali fanno parte della crescita che avviene attraverso l’interazione con le figure di riferimento (genitori fratelli e coetanei), è una concezione molto cara ad un’altra studiosa che si è occupata delle abilità emotive in termini di competenze che favoriscono l’adattamento dell’individuo all’ambiente: Carolyn Saarni (1999). In una sua importante pubblicazione in cui spiega il concetto di “competenza emotiva” la ricercatrice parla di abilità strettamente ancorate al nostro contesto sociale, aspetto in parte trascurato dagli studiosi dell’intelligenza emotiva. Secondo Saarni, le abilità che concorrono nel raggiungere alti livelli di competenza emotiva sono:

  • la consapevolezza del proprio stato emozionale compresa la capacità di riconoscere la presenza di poter vivere emozioni multiple anche contemporaneamente e non sempre a livello conscio.
  • l’abilità di discernere le emozioni degli altri.
  • l’abilità di usare un vocabolario delle emozioni termini legati alla propria cultura che aiutano a rappresentare l’esperienza emotiva con parole, immagini simboli.
  • la capacità di coinvolgimento empatico e simpatetico nelle esperienze emozionali degli altri. L’empatia il sentire con l’altro e l’essere simpatetico sentire per l’altro ci mettono in relazione con gli altri. Alcune ricerche ci dicono che i bambini piccoli sono più propensi ad aiutare sono anche più capaci di comprendere i bisogni dell’altro, ciò presuppone dei genitori simpatetici.
  • l’abilità di realizzare che uno stato emotivo emozionale interno non necessariamente corrisponde con l’espressione esibita. E’ una capacità che i bambini in età prescolare hanno nella gestione delle emozioni cioè il saper riconoscere quando esprimere le emozioni in modo spontaneo e quando modificare o sopprimere la loro espressione.
  • la capacità di affrontare adattivamente emozioni avverse o stressanti di saper usare strategie di autoregolazione per migliorare l’intensità di qualche stato emotivo. Prerequisito essenziale per sviluppare tale abilità è uno stile di attaccamento sicuro (Bowlby 1999).
  • la consapevolezza che la struttura o la natura dei rapporti interpersonali è in parte determinata dalla qualità della comunicazione emotiva all’interno della relazione.
  • la capacità di essere emotivamente auto-efficaci: avere un punto di vista individuare su se stessi ed il suo punto di vista di sentire e soprattutto, del modo in cui si intende provare emozioni

La regolazione delle emozioni

La regolazione affettiva è l’insieme dei processi attraverso i quali l’individuo può modificare le emozioni che esperisce, il momento e il modo in cui le prova e le esprime (Gross, 1999). Pur derivando da esperienze concrete le emozioni dell’individuo spesso si situano ad un livello al di sotto della soglia della consapevolezza, accade, infatti, di non poterne individuare con certezza l’origine in una causa scatenante esterna. Le emozioni hanno un primo significato strettamente legato ad un adattamento molto rapido ed efficace delle condizioni fisiologiche al mutare delle condizioni ambientali. Per esempio in caso di pericolo il provare un’emozione di paura, come già esplicitato più sopra, attiva tutti i processi fisiologici di attivazione che sono indispensabili alla salvaguardia della nostra incolumità (preparazione dei comportamenti di fuga o di difesa). Un secondo livello nel quale le emozioni non sono più strettamente collegate al mantenimento del nostro equilibrio interno è quello in cui esse sono funzionali alla regolazione dei nostri comportamenti sociali e strutturano la nostra interazione con l’ambiente sociale: in questo caso si può parlare di una funzione di regolazione del comportamento sociale o delle relazioni interpersonali. A questo livello la regolazione affettiva svolge quindi una fondamentale funzione motivazionale nei confronti del nostro interagire con gli altri, dà una interpretazione molto immediata del significato dei comportamenti dell’altro e modula di conseguenza i nostri comportamenti.

emozioni

Le emozioni costituiscono dunque processi integrativi essenziali, che svolgono un ruolo centrale nel dotare di valori e significati il proprio e l’altrui comportamento. Alla base della capacità individuali di regolazione delle emozioni sono le relazioni emotive che si instaurano tra genitore e figlio, esse, strutturando la personalità del bambino, influenzano in maniera fondamentale questa capacità.

Sviluppo della regolazione delle emozioni

Secondo diversi autori l’origine della regolazione delle emozioni nasce nel contesto primario madre-bambino.
Le prime forme di regolazione si costruiscono all’interno della relazione con il caregiver e si sviluppano negli anni fornendo al bambino la possibilità di adattarsi al proprio contesto di vita affrontando le diverse sfide dell’ambiente (Sroufe, 1995). Lo sviluppo della regolazione delle emozioni prevede il passaggio da una regolazione emotiva guidata dal caregiver all’autoregolazione autonoma, passando per diverse tappe. Da 0 a 3 anni la regolazione è guidata dal caregiver: l’adulto impara a conoscere il suo bambino e viceversa il bambino riconosce chi si prende cura di lui dimostrando una sensibilità e un adattamento verso risposte abitudinarie e coerenti. Dai 3 ai 6 mesi la regolazione è sempre guidata dal caregiver: il bambino si lascia coinvolgere e interessare dall’ambiente per un tempo sempre più lungo rispondendo in modo adeguato agli stimoli nuovi. Nell’interazione con le figure di riferimento si instaura un senso di reciprocità, in questo periodo compare il sorriso sociale. Dai 6 ai 12 mesi è ancora una regolazione diadica delle emozioni quella che si instaura tra madre e bambino: quest’ultimo compie azioni con uno scopo intenzionale, c’è un vero e proprio dialogo in cui entrambe le parti entrano in relazione con risposte reciproche. Questo è il periodo nel quale si sviluppa il legame di attaccamento definito come senso di sicurezza che, secondo Sroufe, rappresenta l’apice di tutta autoregolazione futura. Dai 12 mesi ai 18 mesi è caratterizzata dall’autoregolazione con il caregiver: assistiamo a evoluzioni in ambito cognitivo, motorio e sociale che determinano un comportamento più autonomo; il bambino, infatti, sviluppa la capacità di regolare le emozioni in modo differenziato a seconda del contesto ma, ancora, sotto la guida protettiva del caregiver. Dai 18 ai 30 mesi: ultima fase di sviluppo, è caratterizzata dall’inizio della regolazione autonoma, il bambino esprime e modula le proprie emozioni in modo autonomo anche lontano dallo sguardo del suo caregiver. In questo periodo il bambino deve fare grandi sforzi per comprendere e regolare le proprie emozioni nelle relazione sociali con i suoi pari e altri adulti, diversi dal caregiver. Il gioco, soprattutto quello simbolico, diventa un importante mezzo di regolazione delle emozioni soprattutto per quelle più dolorose, dandogli un contenimento. In conclusione il bambino arriva attraverso un lungo processo di mediazione con l’ambiente e le sue norme sociali, attraverso l’aiuto del caregiver, a regolare in modo autonomo le proprie esperienze e reazioni emotive. Il bambino è predisposto geneticamente a sviluppare un legame di attaccamento con chi si prende cura di lui, questa predisposizione è interpretabile come una dotazione che permette al bambino di migliorare le proprie possibilità di sopravvivenza (sia fisica che psichica), attraverso dei comportamenti che porteranno alla soddisfazione dei suoi bisogni primari. Gli uomini, in definitiva, sono predisposti fin dalla nascita a dei comportamenti che permetteranno la soddisfazione dei bisogni essenziali per la loro sopravvivenza e salute, siano essi bisogni strettamente fisiologici (cibo, protezione), siano essi bisogni di ordine psicologico quali la relazione. L’attaccamento costituisce uno degli elementi che motiva il bambino ad avvicinarsi alla figura di accudimento per mantenere un senso di sicurezza ed il rifornimento di tutti questi elementi. I comportamenti di attaccamento sono già visibili, alla nascita, nel riconoscimento uditivo, olfattivo, tattile e cinestesico della madre da parte del neonato; al secondo-terzo mese di vita, i bambini diventano poi capaci di proposta e producono una risposta sanno riconoscere persone familiari e iniziano ad interagire con loro in modo differenziato. A partire dall’ottavo mese compaiono indicazioni chiare di un legame di attaccamento ben sviluppato e durevole: il bambino mette in atto comportamenti di avvicinamento e di ricerca del contatto verso le persone familiari, mentre è timoroso nei confronti degli estranei. Dalla fine del primo anno di vita, entra in una fase di attaccamento “direzionato”, in cui, cioè, si comporta in modo intenzionale, pianifica le proprie azioni in funzione degli obiettivi, prende in considerazione sentimenti, motivazioni e obiettivi dell’altro, tramite la comprensione dello stato della mente altrui; in altre parole diventa capace di usare in modo flessibile i mezzi di segnalazione sociale per ottenere i propri scopi e stabilire relazioni efficaci. Tra i comportamenti di attaccamento, alla fine del primo anno di vita, emergono alcune differenze individuali. Queste differenze riflettono le peculiarità individuali cioè la diversa attivazione e predisposizione ad esprimere le emozioni. E’ in questo periodo, inoltre, che il modello di regolazione affettivo-cognitiva che si è sviluppato tra caregiver e bambino durante il primo anno di vita comincia a prendere forma. Verso la fine del primo anno di vita, infatti, con la comparsa della simbolizzazione, si forma un modello interno delle proprie relazioni d’attaccamento. Questa rappresentazione mentale, definita “modello operativo interno”, comprende il modello operativo del Sé, (ossia l’immagine che il soggetto ha di sé), il concetto di quanto sia accettabile o meno agli occhi degli altri, il modello operativo del mondo (ovvero la rappresentazione del soggetto circa la realtà esterna), gli assunti su come funzionano le relazioni interpersonali. Sulla base di questa struttura mnestica il bambino si crea aspettative sulle figure di attaccamento, sulla loro responsività e accessibilità, impara a prevedere e capire come ottenere la vicinanza e il sostegno degli altri e come muoversi nel mondo sociale. Tali modelli costituiscono quindi una guida per le azioni del bambino: lo mettono in condizione di anticipare il comportamento dell’altro e di pianificare un’adeguata linea di risposta. Poiché il modello operativo interno costituisce l’interiorizzazione delle esperienze interattive precoci, un bambino che sa esprimere i propri bisogni adeguatamente, cresciuto con un caregiver sensibile e disponibile, sviluppa autostima, fiducia negli altri, aspettative positive nei confronti delle relazioni interpersonali; viceversa un bambino che ha sperimentato figure di accudimento spaventate, incerte, incostanti o comunque inadeguate, sviluppa un’autostima limitata o discontinua, talora ipertrofica, una sfiducia nelle altre persone e aspettative negative nei confronti delle relazioni. Queste due modalità sintetizzano i due tipi fondamentali di attaccamento: l’attaccamento sicuro e quello insicuro. (Bowlby 1999). Più in specifico, i bambini che svilupperanno un attaccamento sicuro nei confronti dei genitori saranno in grado di tollerare alti livelli di intensità emotiva e saranno più efficaci nella regolazione di queste emozioni. Il bambino che presenta un attaccamento di tipo insicuro non è altrettanto abile nel sopportare e regolare le emozioni: il genitore è emotivamente distante, incapace di rispondere in maniera adeguata ai suoi segnali e alle sue esigenze, e le sue reazioni sono spesso caratterizzate da atteggiamenti di trascuratezza o rifiuto. In queste coppie i livelli di sintonizzazione affettiva sono in genere molto bassi, e ciò può influire negativamente sullo sviluppo di emozioni positive come interesse ed eccitazione. Le esperienze precoci del bambino possono avere un impatto significativo sulla maturazione delle sue capacità di espressione affettiva e sull’accesso delle emozioni alla coscienza: per cercare di diminuire il senso di frustrazione che deriva dalle sue interazioni con il genitore, il bambino impara a ridurre al minimo l’espressione di emozioni correlate all’attaccamento (Cassidy, 1994). Da adulte, queste persone vedono spesso insoddisfatte le proprie esigenze emotive e, soprattutto, non ne sono consapevoli, in generale manifesteranno una minore tolleranza ad un alto livello di attivazione emotiva e saranno meno abili nel mettere in atto quelle strategie che permettono di regolare le emozioni.

(Fonte: tesi D. Lombardi)

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