L’intelligenza emotiva

L’intelligenza può essere definita come il “complesso delle facoltà mentali e psichiche che consentono all’uomo di ragionare, di comprendere la realtà, fronteggiare situazioni nuove (…). Capacità generale che consente di adattarsi attivamente all’ambiente e che nell’essere umano si manifesta nei comportamenti e nel grado di elaborazione dei processi mentali”. (Binet 1981) L’intelligenza può anche essere definita come capacità di affrontare con efficacia l’ambiente in cui si vive. In tal caso il concetto di intelligenza viene a coincidere in maniera approssimativa con “efficacia”, cioè con la capacità di adattarsi con successo al mondo esterno. In ambito evolutivo potremmo, infine, definirla in accordo con Darwin, come l’insieme di quelle capacità che ci permettono di avere un successo evolutivo, in tal senso l’uomo è considerato come la specie più intelligente fra gli animali in quanto ha raggiunto il maggior successo evolutivo, fatto reso chiaro dalla straordinaria capacità del genere umano di adattarsi e di abitare quasi ogni luogo della Terra. Questa lettura però non risulta essere del tutto corretta, se infatti ci soffermiamo a osservare in maniera più analitica un ambiente naturale particolare, notiamo come esistano animali meglio adattati dell’uomo, dotati cioè di abilità particolari che gli permettono di abitare quel dato ambiente in maniera più efficace di quanto la specie umana possa fare. Si pensi ad esempio a luoghi dai climi estremi quali i poli o i deserti, in cui date le condizioni ambientali l’uomo, pur dotato di capacità cognitive nettamente superiori, non è in grado di sopravvivere, mentre altre specie sono perfettamente adattate. Ecco quindi che si rende necessaria una chiara distinzione tra intelligenza ed abilità, tra “essere” genericamente dotati di intelligenza e “avere” dei comportamenti intelligenti, delle competenze. Risulta a questo punto abbastanza chiaro che è possibile avere dei comportamenti efficaci, intelligenti, di successo, e che questi a volte sfuggono ad una definizione di intelligenza quale quella che può essere data utilizzando il concetto di Q.I. In generale il Q.I. non è in grado di predire l’efficacia o il successo dell’individuo nella vita quotidiana ed è anche molto controverso il fatto che sia un indice affidabile nel predire il successo scolastico. In altre parole, una cosa è la definizione di intelligenza intesa come una qualità statica, misurabile, definibile in astratto, altra cosa è considerarla come una facoltà che deve produrre dei comportamenti.

Abili e diversamente abili, intelligenti e diversamente intelligenti.

Nella pratica educativa è evidente come gli strumenti utilizzati per misurare l’intelligenza, in grado cioè di definire un certo Q.I., rilevano aspetti dell’intelligenza e ne danno una descrizione che spesso non rispecchia ciò che è strettamente utile nella vita quotidiana. Esiste un ampia documentazione relativa a persone non particolarmente dotate, vale a dire con basso Q.I., che hanno capacità sorprendenti, persone che hanno capacità in alcuni campi specifici fuori dal comune e sono inette in altri, (si veda il caso degli “idiots savant”, persone con basso livello intellettivo che possiedono una sola abilità ma di livello straordinario, es. suonare uno strumento musicale) o al contrario persone ritenute comunemente molto intelligenti ma che sono carenti o incompetenti in altri campi, in special modo nelle abilità concrete o nelle abilità relazionali. L’espressione quindi “diversamente intelligente” forse può rendere merito ad abilità e intelligenze possedute anche da chi intelligente non “è”, nel senso di chi possiede un Q.I. al di sotto nella norma. Proprio in relazione a quest’ultimo aspetto si è tentato di ampliare il concetto di intelligenza, per applicarlo ad un ambito di tipo relazionale, pertanto è stato introdotto il concetto di intelligenza sociale intesa come capacità di interagire nell’ambiente sociale. Sternberg, uno dei maggiori studiosi sull’intelligenza e sviluppo cognitivo, conferma che l’Intelligenza Sociale è distinta dalle capacità scolastiche ed è parte integrante delle doti che consentono alle persone di realizzarsi negli aspetti pratici. Egli propone una concezione secondo la quale l’intelligenza si esprime attraverso tre modalità fondamentali: analitica, creativa e pratica, che, a differenza delle dimensioni misurate dai test classici di intelligenza, esprimono un idea d’intelligenza come qualcosa che è definibile non in astratto ma in relazione ai compiti che l’individuo deve affrontare nella vita quotidiana. Egli quindi giunge a definire: • L’intelligenza analitica: consiste nella capacità di analizzare, scendendo nei dettagli, di valutare, di esprimere giudizi, operare confronti tra elementi diversi. • L’intelligenza creativa: inerente all’intuizione, si manifesta nella capacità di inventare, di scoprire, di immaginare, di affrontare con successo situazioni nuove per le quali le conoscenze e le abilità esistenti si mostrano inadeguate. • L’intelligenza pratica: consiste nella capacità di utilizzare strumenti, applicare procedure e realizzare progetti. È parlando di intelligenze e non di intelligenza quindi, che si rende ragione delle differenze e delle propensioni individuali che si possono osservare e fornendo una spiegazione del perché alcune persone ritenute generalmente intelligenti (che hanno un Q.I. nella norma) manifestano delle aree di comportamento in cui le loro capacità sono ridotte e, viceversa persone ritenute poco intelligenti (Q.I. Inferiore a 80) che, pur manifestando in generale tutti i segni di una scarsa intelligenza, possono avere delle estese aree di comportamento che non esitiamo a definire adeguate alle richieste dell’ambiente.

Dall’intelligenza multipla all’intelligenza emotiva.

L’intelligenza emotiva amplia il concetto di “intelligenza personale” tra quelle indicate come intelligenze specifiche indipendenti da Gardner, in quanto essa è focalizzata principalmente sul riconoscimento e l’uso degli stati d’animo propri e altrui per risolvere problemi e regolare il comportamento.
intelligenza emotivaL’intelligenza emotiva è stata, in un primo tempo, considerata come sottoinsieme dell’intelligenza sociale, ma come tendono a sottolineare i teorici che ne hanno coniato il termine, Peter Salovey e John D. Mayer, può risultare completamente indipendente da essa, pur rivestendo un ruolo ad essa complementare. Essa è composta da un insieme di processi mentali che comprendono le capacità di valutare ed esprimere le emozioni, di regolare le emozioni e di utilizzarle in modo adattivo. Gli studiosi che hanno introdotto il concetto di intelligenza emotiva (IE),Peter Salovey e John D. Mayer, la definiscono, nella loro più articolata sistematizzazione teorica del 1990, come “quell’insieme di abilità che sono da intendersi come conoscenza emozionale, abilità di percepire, valutare ed esprimere accuratamente ed adattivamente le emozioni, abilità di generare e/o utilizzare sentimenti al fine di facilitare le attività cognitive e i comportamenti adattivi,ed infine abilità di gestire le emozioni in se stessi e nelle relazioni con gli altri”. Nel modello attuale l’IE viene definita dagli autori come un set di abilità cognitive di elaborazione di informazioni di tipo emotivo-affettivo, riguardanti sia la sfera personale che interpersonale. Tali abilità vengono suddivise in quattro ambiti principali ordinati gerarchicamente (Mayer e Salovey,1997):

  1. Percepire accuratamente, valutare ed esprimere le emozioni
  2. Generare e/o utilizzare le emozioni per facilitare il pensiero
  3. Comprendere le emozioni, le loro reazioni causali, le loro trasformazioni e le combinazioni di stati emotivi
  4. Regolare e gestire le emozioni per promuovere la crescita emotiva ed intellettiva.

Il primo ambito riguarda la precisione con cui gli individui possono identificare le emozioni e il contenuto emozionale. Questa è una capacità che i bambini imparano a riconoscere fin da piccoli identificando i propri stati d’animo e quelli degli altri.

Un individuo che ha sviluppato intelligenza emotiva è in grado di valutare e comprendere l’emozione in qualsiasi ambito: tanto nelle altre persone, quanto nella musica, nell’arte ed in ogni espressione artistica prodotta dall’uomo per evocare e trasmettere stati d’animo, emozioni e sentimenti. Il secondo ambito descrive gli eventi emozionali che facilitano i processi intellettivi. Già dalla nascita le emozioni hanno una funzione di sistema di allarme per segnalare un cambiamento importante ad esempio quando un bambino piange lo fa per ricevere cure o per ottenere qualcosa che gli procuri piacere. Il terzo ambito riguarda le abilità di capire le emozioni e di usare la conoscenza emotiva che inizia nell’infanzia e si sviluppa durante la vita con maggior consapevolezza. Non solo è in grado di riconoscere le emozioni e classificarle ma anche di percepire le relazioni tra queste classificazioni. Il quarto ambito concerne la regolazione consapevole delle emozioni per aumentare la crescita emotiva e intellettuale. Cioè la capacità di regolare, controllare e manifestare le emozioni al momento e nel contesto più opportuno. In genere questa funzione viene assolta dai genitori che insegnano ai loro figli a non esprimere certe emozioni o a controllarle.

Tali competenze non sono influenzabili dalla cultura e possono essere accresciute, potenziate e migliorate attraverso processi educativi, terapeutici, o più in generale mediante le relazioni interpersonali.

(Fonte: tesi D. Lombardi)

Sentimenti, desideri, inclinazioni, interessi

L’attività umana si può dividere in due campi principali: le attività del sentimento, dell’emotività, delle passioni (azioni non logiche): cioè di quelle attività la cui valutazione della coerenza mezzifine1 suscita contrasto, contradditorio, contrapposizione, dispute; e quelle delle ricerche in senso lato sperimentali (azioni logiche) la cui valutazione della coerenza mezzi-fine produce concordanza, accordo, assenso. La capitale importanza delle prime è evidente essendo esse, se non altro, oltremodo prevalenti sulle seconde. È il sentimento, l’emozione che spinge all’azione, che crea le regole morali, la devozione, le religioni, la tecnica, in tutte le forme svariate e complesse che si sono succedute e si succedono nella storia. Ed è per l’aspirazione degli uomini all’ideale che le società umane sussistono e progrediscono e talvolta regrediscono. Ma anche il secondo campo delle attività umane, e cioè quello delle ricerche sperimentali, è essenziale per le società. Esse forniscono la materia che mette in opera il sentimento e ad esse noi dobbiamo le conoscenze che rendono efficace l’azione, come anche utili modificazioni del sentimento stesso, grazie alle quali questo si adatta – per quanto lentamente – alle condizioni dell’ambiente. Tutte le scienze – quelle naturali come quelle sociali – hanno avuto alla loro origine, e tuttora sono, un tale miscuglio di sentimenti e d’esperienze. Da questo punto di vista allora una produzione intellettuale qualsiasi può essere considerata sotto vari aspetti, ad esempio:

  1. la sua corrispondenza con i risultati sperimentali (l’esperienza deve riguardare esclusivamente descrizioni di fatti e non estendersi ai sentimenti soggettivi che si volessero sostituire ai fatti;
  2. il suo accordo con i sentimenti di determinate persone (i più vivi, più numerosi e maggiormente operanti sono, ad esempio, quelli di fede, di morale, di estetica, di integrità, ecc.). Un elenco, ovviamente non definitivo, è quello costituito dalle classi, generi e specie dei residui paretiani. Ai sentimenti bisogna aggiungere gli interessi, che operano potentemente per spingere gli uomini all’azione; ma spesso si trasformano in sentimenti e si mostrano sotto tale forma;
  3. la sua utilità sociale.

Conoscenze scientifiche e stati psichici

Come già faceva notare Vico, i fatti umani sono “dominati dall’occasione e dalla scelta, che sono incertissime”, e – poiché a guidarle valgono per lo più “la simulazione e la dissimulazione, cose ingannevolissime” – dunque, “i fatti umani non possono misurarsi con il criterio di [una] rettilinea e rigida regola mentale”, giacché “gli uomini […] non si regolano secondo decisioni razionali, ma secondo il capriccio e il caso” [Vico 1990a, 131, 133]. La sociologia ha già da tempo prodotto un sistema teorico di tipo deduttivo e in questo senso riteniamo che la sociologia paretiana occupi il primo posto ed è a disposizione da ormai cent’anni. Ma già Romagnosi faceva notare giustamente con forte consapevolezza che egli con J. Stellini “poste alcune leggi per esperienza note, ne deduco le conseguenze senza né indagare né determinare la ragion delle medesime”, con ciò stabilendo, come dice “la teoria del praticabile sociale”. Così facendo, Romagnosi afferma decisamente di porsi nell’alveo e di continuare “la moderna scuola italiana”, la quale “per la filosofia naturale fondata da Galilei e dai suoi continuatori, e per la civile dal Vico, dallo Stellini, dal Genovesi e dai buoni economisti”, fa procedere insieme “le due grandi parti della universale filosofia” [Romagnosi 1990, 220-221]. Sappiamo che ideale della scienza è quello di passare dall’analisi qualitativa ad una quantitativa. Le categorie approntate dalla sociologia ci pare si prestino a questo scopo. Senza illusioni. Perché – come ci avvisava Pareto – se volessimo per un momento liberamente dare sfogo alla fantasia e ipotizzassimo che le nostre conoscenze scientifiche fossero in grado di delineare o, addirittura, riuscissero a produrre stati psichici – come già pensano e pretendono di fare le cosiddette neuroscienze – se cioè la nostra sognante megalomania, prodotto di sonni disturbati (spesso da interessi di denaro, di potere, ecc.) giungesse a controllare quella ‘ragione’ che da tre secoli in quanto Ragione, Lumi, ecc. non dà pace; se questa ipotesi frutto di sogni folli dovesse avverarsi, allora non avremmo risolto, sociologicamente, un bel nulla. Sarebbe venuto meno l’oggetto delle nostre ricerche: le ragioni che determinano le azioni, la libertà e la volontà individuale o di gruppo.

Vecchi termini e neofilia

Chi o che cosa, dunque, è all’origine dell’azione?
La risposta a questa domanda, allo stato di cose ipotizzato, ci riporterebbe, una volta svegli, ai vecchi termini delle nostre indagini: dunque, gli stati psichici si dovrebbero produrre artificialmente, secondo i gusti dei potenti tecnocrati e benpensanti di turno, i quali non saprebbero e non potrebbero fare altro che riaffidarsi alle passioni, ai sentimenti, ai gusti per imprimere sempre nuovi impulsi all’azione. Vecchi termini di un antico problema – oggi dati in pasto al grande pubblico, e non solo, famelico di ‘novità’ – spesso presentati con termini à la page. Infatti, si sente dissertare sulla base di una letteratura per lo più estera (dunque, per ciò stesso ‘scientifica’!) di ‘decisioni e neuroni’, di indagini di ‘scienziati e psicologi’ che confermano “la doppia natura del cervello umano” e quindi ciò che sappiamo da sempre, cioè “il conflitto tra la componente più emotiva e inconscia con quella più portata a seguire il calcolo dei propri interessi”. E questo sulla base degli apporti delle neuroscienze, della ‘neuroeconomia’ (con l’aggiunta dell’‘econofisica’ e, perché nessuno se ne abbia a male, per compensazione l’‘econometica’!). Per il momento. Poi, per via dei movimenti ondulatori entusiastici anche nelle scienze, arriveranno presto (anzi, sono già arrivate!) la ‘neurosociologia’ e la ‘sociofisica’. Non è in discussione lo strumento principe usato, cioè la matematica superiore3 – che peraltro non abbiamo mai sottovalutato, come anche mai sopravvalutato – quanto la pretesa di poter fare a meno dei risultati finora raggiunti dalla sociologia. Nella parte II, proponiamo alcuni esempi da una nostra raccolta ormai sterminata. Come Pareto possiamo dire che talvolta “[…] deriderò santa scienza, il che non toglie che alla scienza sperimentale ho dedicato la vita” [Pareto 1986, § 75]. Esempi di come gli stessi risultati delle neuroscienze cognitive e della genetica portino di necessità verso la spiegazione sociologica, la sola ultima possibile e credibile nel campo dell’azione umano-sociale. Sono gli stessi risultati delle varie risonanze magnetiche e modelli psico-fisicisti a confermare l’impossibilità della riduzione ai livelli inferiori epistemologici secondo la comtiana scala delle scienze, oggi più che mai confermata. Se n’era accorto anche B. Russell [1961]. Comte colloca nel suo sistema delle scienze, in una scala decrescente di complessità, al primo posto la sociologia, considerandola ‘scientia scientiarum’; poi scendendo la fisiologia (biologia), chimica, fisica, astronomia e, infine – non in quanto scienza, ma come linguaggio comune a tutte – la matematica. Sono cinque le fasi consecutive di sviluppo epistemologico. Fra il grado iniziale (matematico) e il grado finale (sociologico) ci sono tre fasi intermedie: da una parte il grado astronomico che completa il primo, dall’altra il grado biologico che prepara l’ultimo e, al centro, il grado fisico-chimico. Ci pare indubbio che questo costituisca il reale processo di conoscenza: cioè che ogni nostra impresa conoscitiva ricapitoli in sostanza le cinque fasi di sviluppo, che si tratti dello studio degli ecosistemi come della con quista dello spazio, della robotizzazione come dello studio della cancerogenesi. Il grado finale, in ogni caso è sempre quello sociologico.

220px-Vilfredo_Pareto (1)Non potrebbe essere diversamente. Tutto questo lo diciamo a scanso di equivoci. Non vogliamo esaltare la nostra ‘parrocchia’, lungi da noi! Quanto ribadire che per qualunque ‘parrocchia’ scientifica sono ineludibili tali considerazioni. Anzi, crediamo che vista la curvatura modale degli interessi, intrapresa dalla nostra ‘parrocchia’, è più probabile che saranno altri a perseguire la via indicata da Vico, Romagnosi, Comte, Durkheim, Weber, Pareto. Del resto le vicende del Comte matematico, dell’ingegnere Le Play, dell’ingegnere Spencer, dell’ingegnere e matematico Pareto, dell’ingegnere Rignano, del matematico Gini, del biochimico Henderson, del matematico Lazarsfeld o da ultimo dell’ingegnere chimico Coleman, per dire solo dei più noti, sono esemplari a questo riguardo. Non si sono fatti condizionare dalla loro precedente formazione, ma, di necessità hanno dovuto approntare metodologie adeguate all’oggetto sociologico. Per altri versi, esemplificando, il passaggio da una concezione organizzativa di tipo tayloristico, ad una sociologica, prima studiata in laboratorio da Mayo, dimostra ancora una volta la specificità dei problemi e delle relazioni sociali logico-significative e simboliche.

 

Cenni psicologici

Nei casi non patologici i rimedi potrebbero essere riscoprire la nostra umiltà e fragilità e rispettando le persone vicine, provare ad amarle.

Egocentrismo

L’egocentrismo è la caratteristica delle persone che ritengono le proprie opinioni o i propri interessi più importanti di quelli altrui. La parola deriva dal termine greco έγω (ego) che significa “Io”. La tendenza dell’egocentrico è di non mettersi mai nei panni dell’altro. Il soggetto egocentrico si comporta come se fosse al centro dell’universo. È attento ai propri bisogni e sembra ignorare il pensiero altrui, non riesce a cogliere o considerare il punto di vista del resto del mondo. Secondo lo psicologo svizzero Jean Piaget esiste un periodo nella vita dove tutti siamo egocentrici, opportunamente che è quella da 0 a 3 anni. L’egocentrismo è una caratteristica tipica del comportamento infantile, che consente di vedere il mondo con se stessi al centro e tutto il resto a cerchi concentrici. In questa situazione il bambino ritiene che tutto sia dovuto e che esista solo la soddisfazione dei propri bisogni. Poi con l’ adolescenza, verso gli 11 anni, ci si apre di più alla considerazione dell’esterno e si comincia a provare empatia verso gli altri.

Narcisismo

Può definirsi come un disturbo della personalità caratterizzato dall’amore che un soggetto prova per la propria immagine e per se stesso. La parola deriva da Narciso, personaggio della mitologia greca così attratto dalla propria bellezza da rispecchiarsi nell’acqua fino a cadervi e annegare. Le caratteristiche principali del narcisismo sono:

  1. reazione alle critiche con rabbia, vergogna o umiliazione;
  2. tendenza a sfruttare gli altri per i propri interessi;
  3. grandiosità, cioè sensazione di essere importanti, anche in modo immeritato;
  4. il sentirsi unici o speciali, e compresi solo da certe persone;
  5. fantasie di illimitato successo, potere, amore, bellezza, ecc.;
  6. persistente invidia.

Megalomania

La definizione più semplice di megalomania è la concezione di ritenersi a tutti i costi superiore a qualsiasi altro essere umano e da qui la volontà di non accettare e dunque sopprimere o schiacciare chiunque talentato ed intelligente possa essere vicino a questa immagine. Se come abbiamo descritto sopra il narcisista è colui che nell’interazione sociale vuole imporre la sua immagine come “unica” e positiva il megalomane è colui che vive in uno stato di eccesso maniacale permanente, si esprime con un esasperato entusiasmo e con un esagerata considerazione ed apprezzamento di sé. Contrariamente da quello che appare il megalomane ha una stima di sé bassissima, collegata ad antiche percezioni primarie che possono essere giudizi negativi da parte dell’ambiente, aspettative troppo elevate dai modelli di riferimento,una concezione di deficit e handicap, accompagnati dalla derisione, dal disprezzo o dalla compassione altrui. Il decorso di questa patologia è un progressivo aumento del livello di stress che può portare a bulimia, inerzia o depressione o al contrario alla tendenza di sfidare il mondo creandosi dei nemici , si crea quasi un allontanamento tra il soggetto e la realtà del mondo circostante perdendo la giusta misura dei valori delle persone e delle cose. Il carattere del megalomane può avere come caratteristiche la tendenza a primeggiare, esibirsi, attaccare con superbia. Un approccio utile per superare questa patologia è una psicoterapia finalizzata a questi obiettivi. In primo luogo, dovrà scoprire l’origine dell’immagine di sé negativa, valutare se è sorta durante l’infanzia o se è legata ad una concezione di grandezza individuale che tormenta il soggetto. In secondo luogo, dovrà affrontare lo stato di inerzia che può nascere o l’iperattività maniacale come strumento di difesa opposto. Infine la psicoterapia dovrà risolvere la radicata dipendenza del soggetto dall’opinione degli altri che vive dentro di sé, aiutandolo a superare il conflitto fra l’immagine sociale visibile agli altri e quella interiorizzata nella sua identità più profonda. Comunemente possiamo osservare comportamenti egocentrici, narcisisti o megalomani anche nelle persone che incontriamo tutti i giorni. In questo caso non ci sono vere patologie ma tendenze caratteriali alla prepotenza, alla volontà di imporre in modo autoritario la proprio immagine od opinione.

megalomania

Il ritardo mentale

I testi specialistici nel definire il ritardo mentale evidenziano due aspetti fondamentali che rendono ragione sia della complessità del concetto, sia delle difficoltà che si possono incontrare negli interventi educativo-riabilitativi nei confronti dei soggetti categorizzati attraverso questa definizione. Il primo riguarda strettamente le abilità cognitive: “difetto dell’intelligenza dipendente da un insufficiente sviluppo o da un rallentamento delle capacità cognitive” (Galimberti, 1992). Il secondo attiene ad un ambito relazionale e di adattamento: “inadeguatezza nel funzionamento adattivo, ossia un’incapacità del soggetto a corrispondere agli standard propri della sua età o del suo gruppo culturale in aree come l’attività e le responsabilità sociali” (Galimberti, 1992). Queste definizioni spesso si riferiscono al soggetto affetto da ritardo mentale come ad un individuo il cui sviluppo differisce in maniera quantitativa da quello degli individui normodotati. Questo fatto risuona anche nel parlare comune e in termini ormai desueti quali “lentezza”, “ritardo cognitivo”, che lascia trasparire l’ipotesi per cui in un tempo sufficiente, e più lungo del normale, il soggetto ha la possibilità di raggiungere un livello cognitivo pari agli individui considerati normodotati. In realtà nella pratica quotidiana del lavoro educativo può essere più efficace la definizione data da Trisciuzzi (2006): “…il cosiddetto ritardo mentale rappresenta anche una deviazione qualitativa rispetto al normale funzionamento mentale. Deviazione legata in primo luogo alla rigidità o mancanza di mobilità mentale e in secondo luogo anche a una particolare strutturazione dell’aspetto affettivo relazionale ed emotivo motivazionale”. Questa definizione evidenzia il fatto che, anche se per motivi di chiarezza e comunicazione spesso si paragona il soggetto portatore di un ritardo mentale con il soggetto normodotato, questa operazione non è del tutto corretta in quanto si tratta di due modi di vivere e di relazionarsi qualitativamente differenti.

La necessità di classificare il funzionamento cognitivo e di definire il ritardo mentale nasce anche dall’esigenza di differenziarlo da difficoltà di adattamento all’ambiente dovuto a problematiche di natura psichiatrica. Gli elementi dello sviluppo cognitivo e delle abilità intellettive, dovendo essere misurati con precisione oggettiva, sono necessariamente di ordine quantitativo. Queste classificazioni di norma utilizzano metodi di confronto tra l’individuo normodotato (definito tale unicamente da criteri statistici) e il soggetto affetto da ritardo mentale, definendo, in ultima analisi, la differenza che li separa. Secondo queste classificazioni è in primo luogo necessario distinguere tra il ritardo mentale propriamente detto, che si manifesta secondo le definizioni prima dei 18 anni di età, e la demenza che, pur avendo un esito simile, è il risultato di un processo degenerativo insorto in età adulta. L’ ICD 10 (International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death) (AA.VV. 2007) e DSM (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders, pubblicato dalla dall’American Psychiatric Association) sono due sistemi di classificazione alle quali fa riferimento la comunità scientifica al fine di definire le condizioni patologiche dell’individuo, definiscono quali e quanti sintomi siano necessari per poter diagnosticare una particolare malattia. Può essere utile a questo proposito fare riferimento al DSM IV considerato il manuale più esteso e meglio sistematizzato. Il DSM ha sostituito con il termine “ritardo mentale” le definizioni ormai ampiamente superate per indicare questa condizione, ossia quelli di oligofrenia, frenastenia, ipofrenia, insufficienza mentale ed imbecillità, nei soggetti affetti da ritardo mentale, secondo il DSM IV-TR che è l’ultima versione del 2007, il funzionamento intellettivo è significativamente inferiore alla media. Il funzionamento intellettivo viene definito e misurato attraverso diversi test (WAISS, Wechsler, Bellevue, Wisc) che permettono di misurare e definire il Quoziente Intellettivo (Q.I.) individuale, e che rappresenta numericamente il discostamento del funzionamento intellettivo dell’individuo da un funzionamento definito in base a criteri prettamente statistici, vale a dire nella media delle persone appartenenti ad una medesima cultura. Questo indice, come riconosciuto anche dal DSM, non è sufficiente a diagnosticare un ritardo mentale, ma è necessario, a tal fine, che si manifesti anche un deficit nel comportamento adattivo. Attualmente si vede il superamento dei precedenti modelli rappresentati dal DSM e dall’ ICD10 con il sistema rappresentato dal ICF, redatto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità che mette in luce il concetto di funzionamento globale del soggetto e di salute bio-psico-sociale della persona. Infatti, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il funzionamento di una persona, va letta e compresa in modo globale, sistemico e complesso. Tale modello è stato proposto come base per un nuovo modello di diagnosi funzionale per la lettura dei bisogni educativi speciali in ambito scolastico . L’ICF considera la disabilità non come conseguenza della malattia, ma in riferimento al funzionamento della persona, inteso come espressione di diverse componenti, che influenzano la qualità della vita. Per l’ICF la diagnosi funzionale è “la comprensione del funzionamento della persona, della sua attività e della sua partecipazione sociale in rapporto a molteplici fattori personali e ambientali”. Per redigerla, prende in considerazione diverse componenti: funzioni corporee, strutture corporee, attività personali, partecipazione sociale. Quindi l’ICF non è uno strumento diagnostico, ma una classificazione descrittiva che non si basa sulle limitazioni dell’individuo ma sulla descrizione delle capacità osservate nelle attività quotidiane.

Classificazione della gravità del ritardo

Affinchè il ritardo sia correttamente diagnosticato, occorre vi siano associate rilevanti difficoltà, che vengono convenzionalmente individuate in alcune delle seguenti aree:

  • Comunicazione
  • Cura della persona
  • Vita in famiglia
  • Attività sociali
  • Capacità di usare le risorse della comunità
  • Autodeterminazione
  • Scuola
  • Lavoro
  • Tempo libero
  • Salute
  • Sicurezza

In base la punteggio di Q.I. raggiunto al test intellettivo è possibile definire dei sottotipi del ritardo mentale, che rappresentano anche i livelli di progressiva gravità del disturbo: Ritardo Lieve Corrisponde ad un Q.I. compreso tra 50-55 e 70 ed è equiparabile ad una età tra i 9 e i 12 anni. E’ difficilmente evidenziabile nei primi anni di vita. Il periodo iniziale in cui si nota il problema è quello dell’inserimento scolastico, periodo in cui possono sopraggiungere difficoltà nell’apprendimento. Il linguaggio si presenta abbastanza ricco e ben organizzato, ma la scrittura non raggiunge livelli ottimali. Lo sviluppo motorio, quello prassico e soprattutto quello ritmico non risultano ad un buon livello. In genere il pensiero formale non viene raggiunto o viene utilizzato nelle forme più vicine all’esperienza personale e quotidiana. Nell’età adulta molto sovente si ha il raggiungimento di una autonomia lavorativa e di relazioni sociali soddisfacenti. Ritardo moderato Corrisponde ad un Q.I. compreso fra 35-40 e 50-55. Il ritardo medio o moderato ha eziologia organica e gli individui affetti da tale patologia rimangono ad un’età mentale di 6/8 anni. Chi presenta tale livello di ritardo possiede discrete capacità comunicative e può raggiungere un certo grado di indipendenza nella cura di sé. Ha relativa autonomia nei luoghi conosciuti e può adattarsi alla vita nel contesto sociale e lavorativo, pur necessitando di un supporto. Per quanto riguarda l’apprendimento scolastico la comprensione e l’ uso del linguaggio, sono lenti e il vocabolario appreso è piuttosto limitato. Il linguaggio rimane a livello asintattico e spesso le competenze apprese in ambito scolastico vengono rapidamente perse. Ritardo Mentale Grave Il ritardo mentale grave (Q.I. compreso tra 20-25 e 35-40) ha origine organica, e l’età mentale dell’ individuo si ferma ai 3/6 anni. I livelli del linguaggio sono minimi o assenti, presenta un linguaggio olofrastico, ossia utilizza una parola per spiegare tutta la frase, tipica dell’intelligenza sensomotoria. Se costantemente supportato, l’individuo può acquisire una competenza elementare nella cura di sé. Le capacità lavorative sono ridotte ad attività molto semplici che gli è possibile svolgere in ambienti protetti e in presenza di personale specializzato. L’autonomia è condizionata da una costante supervisione. Ritardo Mentale Gravissimo Nell’adulto corrisponde ad un’età mentale inferiore ai 3 anni (Q.I. inferiore a 20-25) Il soggetto non è in grado di svolgere le principali funzioni della vita quotidiana (pulizia, alimentazione, controllo sfinterico). La vita di relazione è ridotta. Il linguaggio è per lo più assente o fortemente compromesso, quando esiste non si compone di non più di 10/20 parole comprensibili con difficoltà. I soggetti a questo livello sono dipendenti o da persone o da istituzioni di tipo ospedaliero, spesso a questo ritardo si associano alterazioni neurologiche. La necessità di sostegno è costante e continua, ed è necessaria per tutta la durata della vita. Attualmente nella valutazione del concetto di intelligenza è entrato in uso la concentualizzazione di Gardner sulle intelligenza multiple che, a differenza della teoria classica che considera il Q.I. un fattore unitario e misurabile, considera l’intelligenza come il risultato di diverse componenti. Gardner, psicologo americano nato nel 1943, docente di cognitivismo e pedagogia alla Facoltà di Scienze dell’Educazione all’Università di Harvard, è considerato il padre della teoria delle intelligenze multiple, che nega l’unicità dell’intelletto umano e ne afferma invece la molteplicità di forme e di espressioni. Egli giunse alla conclusione che gli esseri umani non siano dotati di un determinato grado di intelligenza generale, quanto piuttosto di un numero svariato di facoltà relativamente indipendenti fra loro. Identifica così sette differenti tipologie d’intelligenza: • logico-matematica: coinvolge sia l’emisfero cerebrale sinistro deputato al ricordo dei simboli matematici, che quello destro, nel quale vengono elaborati i concetti. È l’intelligenza che riguarda il ragionamento deduttivo, la schematizzazione e le catene logiche; • linguistica: legata alla capacità di utilizzare un vocabolario chiaro ed efficace. Chi la possiede solitamente sa variare il suo registro linguistico in base alle necessità ed ha la tendenza a riflettere sul linguaggio; • spaziale: concerne la capacità di percepire forme ed oggetti nello spazio. Chi la possiede, normalmente, ha una sviluppata memoria per i dettagli ambientali e le caratteristiche esteriori delle figure, sa orientarsi in luoghi intricati e riconosce oggetti tridimensionali in base a schemi mentali piuttosto complessi; • corporeo-cinestesica: coinvolge il cervelletto, i gangli fondamentali il talamo e vari altri punti del cervello. Chi la possiede ha una padronanza del corpo che gli permette di coordinare bene i movimenti • musicale: normalmente è localizzata nell’emisfero destro del cervello, ma le persone con cultura musicale elaborano la melodia in quello sinistro. È la capacità di riconoscere l’altezza dei suoni, le costruzioni armoniche e contrappuntistiche. Chi ne è dotato solitamente ha uno spiccato talento per l’uso di uno o più strumenti musicali, o per la modulazione canora della propria voce. L’intelligenza personale, secondo la definizione di Gadner si suddivide in: • interpersonale: coinvolge tutto il cervello, ma principalmente i lobi prefrontali. Riguarda la capacità di comprendere gli altri, le loro esigenze, le paure, i desideri nascosti, di creare situazioni sociali favorevoli e di promuovere modelli sociali e personali vantaggiosi • intrapersonale: riguarda la capacità di comprendere la propria individualità, di saperla inserire nel contesto sociale per ottenere risultati migliori nella vita personale, e anche di sapersi immedesimare in ruoli e sentimenti diversi dai propri.

Fattori che influiscono l’insorgenza del ritardo mentale

Il ritardo mentale ha diverse etiologie e può essere visto come l’esito finale che può essere comune a molti processi patologici che agiscono sul funzionamento del sistema nervoso centrale. Questi fattori possono essere primariamente biologici, primariamente psicosociali o combinazioni di entrambi.
I principale fattori predisponenti includono:

  • ereditarietà (circa il 5%), questi fattori includono errori congeniti del metabolismo, trasmessi per via autosomica recessiva e aberrazioni cromosomiche (sindrome di Down, sindrome dell’x fragile).
  • alterazioni precoci dello sviluppo embrionale (circa 30 %) questi fattori includono alterazioni cromosomiche (ancora una volta la sindrome di Down dovuta a trisomia 21) o danni precoci dovuti a sostanze tossiche (per esempio uso di alcool da parte della madre, infezioni).
  • problemi durante la gravidanza e nel periodo perinatale (circa il 10%) questi fattori includono la malnutrizione del feto, la prematurità, l’ipossia, infezioni virali e traumi.
  • condizioni mediche generali che hanno luogo durante l’infanzia e la fanciullezza (circa il 5%), questi fattori includono infezioni, traumi e avvelenamenti.
  • influenze ambientali (circa il 15-20%), questi fattori includono mancanza di accudimento e di stimolazioni sociali, verbali o di altre stimolazioni. Per quanto riguarda le cause organiche è possibile accertarne un ruolo determinante nel 43% dei casi di ritardo mentale lieve, e nell’89% del ritardo mentale di grado grave.

ritardo mentale
Molti studi sui fattori psicosociali e ambientali, individuano come elementi che concorrono a produrre o aggravare una condizione di ritardo mentale i seguenti:

  • carenze socioeconomiche (condizioni di povertà, insicurezza, rischi igienico sanitari, emigrazione o immigrazione).
  • carenze di accudimento precoce (carenze affettive, patologia mentale dei genitori, abbandono, abuso fisico, psicologico o sessuale).
  • cultura dei familiari (livello scolastico, interessi, abitudini alimentari, igiene e promiscuità dell’abitazione).

Il ritardo mentale in età adulta

Essere una persona adulta, vuol dire avere ed esprimere il proprio punto di vista su se stessi e sulle cose che ci circondano, ed allo stesso tempo avere degli obiettivi da perseguire, per poter vivere la propria vita. La partecipazione è un tema fondamentale quando si parla di adultità, sia a livello individuale che come accettazione da parte della società del proprio ruolo. L’adultità non riguarda solo una crescita a livello biologico e psicologico ma comprende la rete di interazioni sociali, culturali, politiche ed economiche relative al contesto della persona. Questo vale anche per la persona disabile, il cui mondo, già caratterizzato da molte differenze, deve confrontarsi anche con la condizione socioeconomica, il sesso e il contesto culturale. Spesso ci si ferma alla superficie per paura di vedere in profondità, e si rimane attaccati al concetto di disabile, ovvero di colui il quale non potrà mai essere un adulto perché non possiede una maturità, non potrà mai essere autonomo, non partecipa attivamente e di conseguenza non porta contributo reale e significativo alla società. Questo atteggiamento discriminante viene rimandato alla persona disabile, che crescendo incontra situazioni per cui l’immagine e l’identità che sta costruendo di sè, non è confermata da chi gli sta intorno, anzi, spesso è svalutata. Il risultato di queste rappresentazioni può avere dei riscontri negativi, per esempio, la persona può chiudersi in se stessa, accettando e confermando “l’etichetta” di diverso, oppure assumendo un ruolo passivo e di dipendenza che porta ad una relazione simile al rapporto tra adulti e bambini, piuttosto che tra adulti. In altri casi, la persona disabile, per contrapposizione, assume un atteggiamento diverso, che lo porta alla costruzione di una identità forte, sicura di sé ma allo stesso tempo consapevole dei propri limiti, decisa a difendere e far valere, il valore della propria esistenza e i propri diritti. La qualità della vita di una persona disabile non può essere considerata se non tenendo conto del suo punto di vista, anche se complesso. Egli fatica a trovare lo spazio in cui farsi valere perché questo contribuisce a costruirne l’identità. Il disabile adulto si confronta quotidianamente con il concetto di normalità che coincide con la possibilità di sentirsi di pari valore, di possedere uguali diritti a prescindere dalle condizioni sociali e personali. Uno snodo importante nel sostenere questo diritto alla normalità è il non negare la diversità e i bisogni speciali dell’individuo.

(Fonte: Tesi D. Lombardi)